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Non sposate le mie figlie! 2

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Il secondo film disperde i pregi e accentua i difetti del primo: i personaggi sono tutti esagitati e sopra le righe, le gag fanno poco ridere, il tutto è un po’ approssimativo

Dopo essersi abituati all’idea dei generi stranieri delle quattro figlie, i coniugi Verneuil devono combattere contro l’idea delle quattro coppie di lasciare la Francia…

Nel 2014 il primo episodio ottenne incassi trionfali in Francia, ma anche un buon seguito in altri paesi tra cui l’Italia. Inevitabile che a Non sposate le mie figlie! (che Oltralpe si intitolava Qu’est-ce qu’on a fait au Bon Dieu?, «cosa ho fatto al buon Dio ?», sottinteso «per meritare questo?») facesse seguito un numero 2. Ritroviamo così i simpatici conigi Claude e Marie Verneuil, cattolici e conservatori, che se all’epoca avevano mal digerito i quattro matrimoni delle rispettive figlie con altrettanti mariti di origine straniera e fedi differenti (l’ebreo David, l’algerino musulmano Rachid, il cinese ateo Chao e infine Charles, cattolico sì, ma nero…), adesso sembrano accettare la situazione, magari con continue punzecchiature ai congiunti acquisiti imposti dalle figlie, ma anche con molto amore per i vari nipotini (e un altro è in arrivo). Per capirli di più fanno anche un viaggio di un mese (Claude è ormai in pensione) nei loro Paesi, ma tornando irritati e disgustati da Algeria, Israele, Cina e Costa d’Avorio. Tanto da decidere che d’ora in poi i loro viaggi li faranno in Francia, la loro amata nazione così bella e inimitabile… E invece nel frattempo i quattro generi non ne possono più della Francia, per motivi diversi, e iniziano ad accarezzare l’idea di tornare nelle terre d’origine (tranne l’ivoriano Charles, che non ci pensa nemmeno a tornare vicino al padre, ma come attore eternamente sottovalutato sogna l’India e Bollywood). I quattro convincono facilmente le mogli: ma i due genitori/suoceri, come la prenderanno?

Il primo episodio aveva una bella idea di partenza e, nonostante i difetti – battute non sempre eccezionali, pioggia di luoghi comuni e un ritmo altalenante – funzionava abbastanza bene, un po’ per una spruzzata di coraggioso umorismo politicamente scorretto ma soprattutto per la bravura e la carica di “nervosa simpatia” degli attori che interpretavano i due genitori (i due commedianti di razza Christian Clavier e Chantal Lauby). Il secondo – sempre diretto da Philippe de Chauveron – ne disperde i pregi e ne accentua i difetti: i personaggi sono tutti esagitati e sopra le righe (litigate e risse sono sempre sul punto di esplodere), le gag fanno poco ridere, il tutto è un po’ approssimativo (Clavier e Lauby sono ancora i migliori in campo, le figlie sono interpretate da giovani e brave attrici, ma gli altri attori non sono sempre all’altezza). Soprattutto, la storia è mal congegnata, soprattutto quando nel finale i Verneuil per convincere i generi fanno un tour per la Francia che unisce le bellezze artistiche e paesaggistiche da far vedere e apprezzare con “trucchetti” escogitati per mettere in crisi i quattro mariti colpendo nei loro punti deboli, con la complicità di persone prezzolate (per esempio, Charles si trova miracolosamente davanti a un teatro dove fanno provini per l’Otello; ma sono anche peggio il bancario che parla della crisi finanziaria in Asia per spaventare il cinese, o l’improbabile imprenditore di vini). Se da un lato non si nascondono difetti e problemi della Francia (tensioni con gli stranieri, ovviamente, ma anche intralci alla vita di tutti da burocrazia e sindacati, con gli scioperi dei treni «che durano tre mesi»), dall’altro il film abbonda in location turistiche da smaccato spot promozionale che lasciano perplessi. Il livello della storia in sé è moscio e poco convincente, tanto che si aggiunge un’ulteriore coppia con relativo matrimonio: la sorella di Charles, che vive in Africa con la famiglia ancora più conservatrice dei Verneuil, decide di sposarsi con la donna con cui porta avanti un fidanzamento segreto a distanza (per il severissimo padre sarà un duro colpo). Ovviamente qualche gag e qualche battuta va a bersaglio («siete diventati reazionari» chiede il suocero ai quattro giovani, che temono i furti e guardano con sospetto gli “altri” stranieri; «avete votato Macron, non siete contenti?»; ma forse il meglio sono Claude che si ingegna di scrivere una biografia di un autore sconosciuto e Marie che si tiene in forma con camminate di “sci di fondo” senza neve), e pur con uno sviluppo prevedibilissimo potremmo accettare di buon grado una commedia comunque coraggiosa nell’affrontare certi temi in un periodo storico in cui sono di grande attualità. Altre situazioni, come quelle relative al prete (sempre più macchietta) e al rifugiato afghano che il capo famiglia considera un terrorista sono sotto il livello di accettabilità. Ma il peggio è un ritmo da sit-com poco brillante e l’effetto autopromozione: la Francia è un gran bel Paese, politicamente rimarrà anche un modello di “tolleranza” e inclusione (insomma…) ma ripeterlo di continuo non giova alla causa. Anzi.

Antonio Autieri

EXTRA

La clip “Noi ci trasferiamo”

La clip “Il parto”

Ecco il trailer del primo, fortunatissimo episodio che nel 2014 ottenne incassi trionfali in Francia

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