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La scomparsa di Bruno Ganz

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Un ricordo del grande attore svizzero, scomparso a 77 anni

21 febbraio

Quell’attore che tutti pensavano fosse tedesco, ma così professionale da aver recitato – tra i tanti paesi – varie volte anche in Italia, e in un perfetto italiano, in realtà era svizzero per parte di padre, e italiano per parte di madre. Insomma, un mezzo connazionale. Eppure Bruno Ganz – scomparso lo scorso 16 febbraio per un cancro all’intestino – pareva sempre venire da mondi lontani, quasi un alieno per la sua classe ed eleganza fuori dal tempo, per quanto fosse una figura familiare a tanti spettatori (e ovviamente a produttori, critici, addetti a lavori). Nato nel marzo 1941 a Zurigo (a breve avrebbe dunque compiuto 78 anni), di umili origini, si avvicinò al cinema all’inizio degli anni 60 con piccoli ruoli, salvo dedicarsi all’inizio del decennio successivo soprattutto al teatro.

Ma il cinema tedesco di quegli anni aveva fame di volti particolari, di una recitazione in sottrazione ed enfatica al tempo stesso; e quel tipo di teatro sperimentale che si faceva in Germania lo avvicinava a giovani sceneggiatori e registi. E così quando dalla metà degli anni 70 iniziano ad arrivare le prime proposte interessanti, non faticherà a diventare uno degli attori simbolo del cinema tedesco più interessante. La prima parte importante arriva dal francese Eric Rohmer, ma per un film di produzione franco-tedesco, La Marchesa von… (1976). Ma a consacrarlo – e a farlo conoscere a chi scrive – è un film di Wim Wenders, autore di culto tra i cinefili di tutta Europa, ovvero L’amico americano (1977): thriller anomalo, esistenziale, carico di tensione angosciosa, tratto da un romanzo di Patricia Highsmith successivamente portato al cinema (ma con scarsi esiti) anche da Liliana Cavani. Un film sicuramente da riscoprire, per nulla invecchiato (o molto meno di altri di quel periodo). Seguiranno un ruolo minore in I ragazzi venuti dal Brasile di Franklin Schaffner (1978), la ben più decisiva parte in Nosferatu, il principe della notte di Werner Herzog (1979), accanto a Klaus Kinski, mentre ci sarà spazio anche per alcuni film italiani come Oggetti smarriti di Giuseppe Bertolucci (1980) e La storia vera della signora dalle camelie di Mauro Bolognini (1981). Ma la popolarità internazionale di Ganz si afferma definitivamente con un altro film di Wenders, il celebre Il cielo sopra Berlino (1987), forse il capolavoro del regista tedesco: indimenticabile il film, e indimenticabile il suo angelo che osserva l’umanità e scopre a un certo punto di desiderare l’incarnazione. Un grande ricordo per tanti che hanno amato quel film, non compromesso da un sequel meno geniale (anche se non brutto) come Così lontano così vicino (1993).

A un certo punto Ganz divenne uno degli attori di riferimento del cinema d’autore europeo, capace di caratterizzare con la sua presenza “forte” i film cui partecipava e i sioi personaggi. Cosa sarebbe di L’eternità e un giorno, con cui il regista greco Theo Angelopulos vinse – dopo vari tentativi – la Palma d’oro a Cannes 1998 (sottraendola a La vita è bella, arrivato secondo e che tanti prediligevano ma che poi si rifece vincendo tutti i premi internazionali possibili come miglior film europeo o straniero dell’anno, fino all’Oscar)? Quella figura – molto retorica – di poeta che va in giro a cercare tracce del passato per trovare se stesso sarebbe stata insostenibile senza la sua svagata leggerezza. Tratti che due anni dopo fecero la fortuna di un film italiano: Pane e tulipani di Silvio Soldini (2000), con il suo cameriere islandese dall’italiano elegantissimo e d’altri tempi che ingentilirono un film gentile ma un po’ esile (e forse sopravvalutato) e che gli fece vincere il David di Donatello. Meno fortunata fu la sua prova, comunque di spessore in La forza del passato di Piergiorgio Gay (2002), “non protagonista” di lusso accanto a Sergio Rubini in un ruolo da agente segreto.

Il ruolo che però lo ha reso popolare a un pubblico ampio – anche per colpa di una simpatica ma “maledetta” parodia che rischia di consegnarlo al ricordo per motivi extra cinematografici – è La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler di Oliver Hirschbiegel (2004), dove era un inquietante, terribile, convincente Führer. Seguiranno tanti altri film, alcuni anche importanti ma spesso in piccoli ruoli: come La banda Baader Meinhof  di Uli Edel (2008), The Reader – A voce alta Stephen Daldry (2008); oppure ruoli importanti da protagonista ma in film non del tutto riusciti il cui il pregio migliore era proprio la sua interpretazione, come il Tiziano Terzano di La fine è il mio inizio di Jo Baier (2010). Tra le sue ultime prove da ricordare, nel film norvegese In ordine di sparizione (2004), di cui è appena uscito il remake americano Un uomo tranquillo, era il capo di una banda di criminali serbi, mentre in The Party di Sally Potter (2017) faceva parte di un bel gruppo d’attori impegnato a tener su un film con più stile che sostanza.

Antonio Autieri

Il trailer de L’amico americano di Wim Wenders (1977)

Il trailer de Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders (1987)

La voce di Bruno Ganz in italiano in Pane e tulipani di Silvio Soldini (2000)

Una famosa scena in La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler di Oliver Hirschbiegel (2004)

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La redazione di Viva il Cinema!

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