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Green Book

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Uno di quei film “come una volta”, capaci di parlare a tutti e che hanno fatto grande Hollywood

Il rapporto tra un autista e il suo datore di lavoro diventa un affresco dell’America degli anni 60

 

The Green Book non è un “libro verde”, ma una guida che porta il nome del suo autore: nel secondo dopoguerra Victor Green scrisse una guida turistica per i viaggiatori di colore come lui, nella quale elencava tappe e luoghi dove gli afroamericani avrebbero potuto fermarsi, mangiare e dormire senza incorrere nelle leggi sul segregazionismo, specie negli stati razzisti del sud.

Il titolo è lo spunto per raccontare una storia vera, che diventa uno dei film più interessanti della stagione. Diretto da Peter Farrelly, noto più che altro per aver diretto commedie demenziali in coppia col fratello Bobby (Scemo e più scemo, per capirci), e sceneggiato da Vince Vallelonga, figlio di uno dei due protagonisti, Green Book ha suscitato in molti critici reazioni più o meno accomunate dalla stessa sensazione: «Vi ricordate quando scriviamo che a Hollywood non si fanno più i film di una volta? Ecco, questo è proprio un film fatto come una volta». Ambientato nel 1962, il film ha per protagonista Tony Vallelonga (detto Lip, “labbro”, perché non la smette mai di parlare), buttafuori al Copacabana, un italo-americano del Bronx che non disdegna qualsiasi lavoro per mantenere la moglie Dolores e i due figli. Quando il locale notturno chiude per ristrutturazione, Tony accetta il posto di autista e road manager per la tournée di Don Shirley, un talentuoso pianista di colore che col suo trio di musica classica e jazz toccherà numerose tappe nel famigerato sud. Sospettosi all’inizio l’uno dell’altro, ben consapevoli di cosa voglia dire vedere un nero nel sedile posteriore che ha un bianco come autista, i due protagonisti ben presto passano dal rapporto datore/sottoposto a un cameratismo tra uomini di mondo, per poi diventare – lentamente, ma sinceramente – amici. Mentre il musicista è uomo aristocratico (riceve Tony assiso su un trono dorato nel suo appartamento ricco di trofei), raffinato, colto (oltre a un ottimo inglese parla numerose lingue, tra cui il russo), Tony è il classico tipo che si arrangia, gioca a dadi, dall’appetito vorace (capace di vincere 50 dollari mangiando 26 hotdog di fila), che scrive un inglese sgrammaticato. Ma è onesto al punto di impegnarsi l’orologio piuttosto che accettare lavori equivoci, è un buon marito e padre di famiglia, e soprattutto sa come intervenire al momento giusto. Quando i due entrano nel contesto pericoloso, Tony avvisa Don: da qui in poi, mai senza di me. Un aiuto determinante, anche se, arrestati nel Mississippi da poliziotti razzisti, sarà Don a tirare entrambi fuori dagli impicci, grazie alla telefonata di un uomo politico storicamente anche a noi noto.

Anche i più fanatici del politicamente corretto hanno dovuto riconoscere che non c’è niente in Green Book di quella retorica che si è vista altre volte in film apparentemente analoghi (come il pur decoroso A spasso con Daisy, premio Oscar trent’anni fa), per quanto  Tony e Don siano due personaggi perfetti, con le loro sfaccettature, i loro pregi e difetti, che in certi momenti ricordano i Jack Lemmon e Walter Matthau de La strana coppia e in altri Rod Steiger e Sidney Poitier in La calda notte dell’ispettore Tibbs. Ma resteranno come loro nella memoria cinematografica, grazie alla straordinaria interpretazione dei protagonisti: Viggo Mortensen, ingrassato di qualche decina di chili, è un perfetto italoamericano (nella versione originale l’intercalare tra italiano e inglese, con l’accento tipico degli italiani d’America, è un vero spasso); non da meno Mahershala Ali, grande sia nel manifestare sussiego che nel lasciarsi andare, come in una commovente scena nella quale suona il jazz in un locale solo per neri. E Linda Cardellini nel ruolo di Dolores, destinataria delle lettere dell’itinerante Tony, è molto più di una comprimaria nella vivace famiglia Vallelonga.

Green Book, come dicevamo all’inizio, è uno di quei film “come una volta”, capaci di parlare a tutti e che hanno fatto grande Hollywood, e proprio per questo pensiamo rimarrà a lungo nella memoria di chi guarda. Le 5 candidature all’Oscar 2019 (attore protagonista e non protagonista, regia, sceneggiatura e montaggio), anche se non diverranno tutte statuette, sono meritatissime.

Beppe Musicco

EXTRA

Lo spot che ricorda le 5 candidature all’Oscar

La clip “Pollo”

Nick Vallelonga, il figlio maggiore di Tony Lip, è cresciuto ascoltando la storia del viaggio di suo padre con Don Shirley. «Questa era una storia che avevo ascoltato per tutta la mia vita,da quando ero un ragazzino», dice Vallelonga, attore, sceneggiatore, produttore e regista,i cui crediti cinematografici includono Legami di sangue – Deadfall, Stiletto e i pluripremiati film indipendenti, Yellow Rock e Disorganized Crime.Tony era cresciuto nel Bronx e aveva iniziato a lavorare nel locale notturno Copacabana – dove ha lavorato per 12 anni – cosa che gli aveva permesso di conoscere diverse celebrità, tra cui Frank Sinatra, Tony Bennett e Bobby Darin. Sebbene avesse smesso di frequentare la scuola molto presto, era loquace e carismatico e si era guadagnato il soprannome “Lip” per la sua capacità di riuscire a persuadere chiunque a fare qualsiasi cosa.«Potrei fare 50 film su mio padre», dice Vallelonga. «Era uno di quei personaggi esagerati, alla Damon Runyon. Quando entrava in una stanza, si notava che era lì».

Questo ha avuto un grande impatto su suo figlio – così come l’amicizia di Tony con Dr. Shirley e la storia di come si sono incontrati.«Fin da piccolo volevo fare il regista e raccontare delle storie, e questa è stata una delle grandi storie che mio padre mi ha raccontato», dice Vallelonga. «Faceva parte della tradizione della famiglia, ma sapevo anche che era una storia importante su du epersone molto diverse che sono arrivate a cambiare le loro vite e il modo in cui guardavano le altre persone. È una storia edificante, tanto importante e potente oggi come allora».ATony, quel viaggio con Shirley nel 1962 aveva aperto gli occhi per la prima volta sulla piaga degli afroamericani nel sud, e sull’enormità di umiliazioni – e pericoli davvero reali – che riversavano sui neri con le leggi razziali e i privilegi dei bianchi. Le leggi di Jim Crow mettevano limiti su dove i neri potessero mangiare, dormire, sedersi, fare acquisti e camminare. Hanno determinato persino quali fontanelle e bagni potessero usare gli afroamericani. In effetti, hanno circoscritto quasi ogni aspetto della loro vita quotidiana. Alcune città del sud hanno persino istituito delle leggi sul coprifuoco, che hanno reso illegale per i neri lo stare fuori dopo il tramonto. L’arresto era la cosa meno terribile che potesse accadere loro se fossero stati catturati. Quello che mio padre ha vissuto con Dr. Shirley in quel viaggio ha cambiato il modo in cui guardava il mondo,perché ha visto cose che non si era reso conto che stessero accadendo, cose che non aveva mai visto prima», sottolinea Vallelonga. «In definitiva, penso che la stessa cosa valesse anche per Dr. Shirley».

In effetti, Shirley aveva vissuto una vita molto diversa dalla maggior parte degli altri afroamericani, sia geograficamente sia culturalmente. Aveva studiato musica classica all’estero e, negli Stati Uniti, si era esibito principalmente nel nordest. Quando Tony lo incontrò, Shirley viveva in un lussuoso appartamento sopra la Carnegie Hall. «Era solo un viaggio di due mesi, ma è stato un grande cambiamento per mio padre, e ha modificato anche il modo in cui ci ha insegnato a trattare e rispettare le persone».

Nick Vallelonga ha sempre sperato di poter girare un giorno un film su questo capitolo cruciale della vita di suo padre, così negli ultimi anni della vita di Tony e di Dr. Shirley, Vallelonga registrò ore di audio e videotape con suo padre che raccontava la storia. Andò anche da Shirley, che aveva conosciuto come amico di famiglia, e passò ore a intervistarlo. «Ho incontrato Dottor Shirley quando avevo cinque anni», ricorda Vallelonga. «Era un uomo meticoloso, ben vestito, parlava bene, era molto colto. Era molto legato a mio padre e alla mia famiglia. Ed era così carino anche con me e mio fratello. Ci portava regali. Ricordo che mi ha regalato dei pattini quando ero piccolo. Era un essere umano davvero speciale, una persona molto speciale».Se da un lato Vallelonga vede Green Book come una testimonianza del carattere e dell’eredità di suo padre, dall’altro è particolarmente orgoglioso che il film possa mettere in mostra anche il talento musicale di Donald Walbridge Shirley, virtuoso pianista, compositore, arrangiatore e artista. Dr. Shirley era un uomo profondamente riservato. La maggior parte delle informazioni su di lui si trovano solo nelle note di copertina dei suoi album, che scrisse lui stesso, o nelle storie che raccontava di sé alle altre persone, inclusi i Vallelonga. I dettagli sulla sua storia possono a volte essere contraddittori. Ma secondo la tradizione che lo circonda, Shirley è entrato al Conservatorio di Leningrado all’età di 9 anni, ha fatto il suo concerto di debutto con l’orchestra dei Boston Pops a 18 anni, e avrebbe poi preso diverse lauree e imparato molte lingue. Nel 1955, al suo primo album per la Cadence Records, Tonal Expressions, Shirley fu descritto dalla rivista Esquire come «probabilmente il pianista più dotato del settore… così bravo da non permettere paragoni».Il leggendario pianista e compositore Igor Stravinsky, che era contemporaneo di Shirley, disse di lui: «La sua virtuosità è degna degli dei».

«Dr. Shirley era un genio, un uomo fantastico e sorprendente», dice Vallelonga. «Il suo talento era incredibile. Sono contento che il suo nome, il suo lavoro e il suo talento si diffonderanno nel mondo attraverso questo film. Mio padre parlava sempre di lui, metteva la sua musica a casa nostra e ce la faceva ascoltare. Quella musica ha aperto il mio mondo. Ascoltavo i Beatles, Jimmy Rosselli, la musica italiana e Don Shirley. È stato un grande mix culturale per me».

Nel 2013, dopo oltre 50 anni di amicizia, Tony Vallelonga e Don Shirley morirono quasi a tre mesi di distanza l’uno dall’altro:Tony morì il 4 gennaio 2013 all’età di 82 anni e Shirley morì il 6 aprile 2013 all’età di 86 anni.

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