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Dove bisogna stare

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Un film che potrebbe definirsi un atto politico, perché sa affrontare il tema del razzismo senza edulcorare la realtà

Quattro storie di donne, quattro persone che si trovano a che fare con persone in fuga e decidono di condividerne il destino.

 

Dove bisogna stare è un titolo bellissimo che racchiude in sole tre parole l’anima del film di Daniele Gaglianone: quattro donne provenienti dal Nord e dal Sud rappresentano le innumerevoli persone e associazioni che non si fermano a guardare e aiutano, concretamente, migranti e rifugiati che sono scappati dal proprio Paese. In collaborazione con Medici Senza Frontiere, Gaglianone lo ha scritto con Stefano Collizzolli e lo ha girato cercando di rispettare nelle riprese e nei racconti il punto di vista del migrante.

Lorena Fornasir, lo sguardo sicuro e buono, si muove nella sua Pordenone e lo fa con uno sguardo diverso da quando è una in pensione: ha cambiato la sua vita quando ha capito che i barboni che sostavano nel parcheggio al chiuso erano persone con un passato. Come il pakistano che, salvato da una morte sicura, era un rifugiato politico che conosceva cinque lingue o come i ragazzi indiani, nascosti in un bosco, che senza un lavoro si sono piegati allo spaccio e ora sono in carcere. L’eleganza e l’umanità di Lorena si uniscono alla caparbietà e schiettezza di Jessica Cosenza, una studentessa che a ventuno anni ha deciso di andare a vivere in un palazzo occupato nel Cosentino e di gestire le camere per poterle rendere disponibili ai senza tetto, italiani e non.

La macchina da presa la segue e anche se la presa è diretta e potrebbe sembrare un limite alla naturalezza, questo non avviene con nessuna delle quattro protagoniste. E lì dove viene percepita una presenza “invadente” della telecamera, Gaglianone non riprende e trasmette visibilmente l’invisibilità: Matthew, l’uomo del Camerun che rischiava di perdere l’uso dei piedi, accolto da Elena Pozzallo che vive nella Valsusa, ha chiesto di non essere mai ripreso in volto. Mentre i volti delle quattro donne, come quello di Georgia Borderi, ventiseienne che vive nel Comasco e lavora per rendere possibili visti e permessi di soggiorno ai migranti: con semplicità racconta come è cambiata la sua vita da quando ha deciso di lavorare per chi raggiunge il nostro paese per un futuro diverso.

«Nella mia formazione da psicoterapeuta» spiega Lorena «mi sono interessata al trauma e al dolore. Da mia madre ho imparato a stare e sostare nel dolore. Di non arretrare. Guardare negli occhi un rifugiato è un gesto politico, un modo per ridargli valore, per dirgli: tu ci sei, e se per la società non esisti tu esisti per me e da qui si comincia». Dove bisogna stare è un film che potrebbe definirsi anche e semplicemente un atto politico, perché sa affrontare il tema del razzismo senza edulcorare la realtà. Gli ideali concreti di privati e associazioni, singoli e gruppi si uniscono e hanno in comune, pur non conoscendosi, una forza che proviene da ciò che ci caratterizza come uomini. Uomini che affrontano l’esistenza non guardandola ripiegati su sé stessi e sui propri bisogni, ma persone che allargano lo sguardo e vivono facendosi carico dell’altro, senza superficiali timori o insani pregiudizi, anche se questo comporterà il dover imparare a complicarsi la vita.

Emanuela Genovese

EXTRA

«Questo documentario – spiega Daniele Gaglianone – racconta di una possibile risposta a questi tempi cupi. Non racconta l’immigrazione dal punto di vista di chi sceglie di partire o è costretto a farlo: è innanzitutto un film su di noi, sulla nostra capacità di confrontarci con il mondo e di condividerne il destino».

«C’è un paese – scrivono i produttori Stefano Collizzolli e Andrea Segre – raccontato come terrorizzato dalle migrazioni e violentemente ostile nei confronti dei migranti. Su questa narrazione, una parte del ceto politico continua a costruire la propria identità e le proprie fortune elettorali. Un’altra parte del ceto politico sembra invece incapace di parlare ad un paese spaventato e sempre più aggressivo.

Ma esiste anche un altro paese, che pratica solidarietà e lotta per i diritti ogni giorno, in maniera spesso informale e non strutturata. Non è professionismo, e a volte non è nemmeno esattamente militanza. Dove bisogna stare racconta quattro donne, di età diverse, che in luoghi diversi sono impegnate in attività a prima vista assurde al senso comune o quello spacciato come tale. Donne che appaiono fuori luogo rispetto alla narrazione dominante, quasi incomprensibili. Ascoltando i loro racconti e restituendo il loro quotidiano scopriamo, invece, discorsi e gesti lineari, straordinari nella loro semplicità. Scopriamo che non stanno fuori luogo, ma in un luogo molto reale, nel luogo in cui sentono di avere bisogno di stare.

In opposizione alla retorica folle dell’invasione e della chiusura, e a quella dei raffinati ragionamenti dei benpensanti per mestiere, sono persone come Elena, Georgia, Jessica, Lorena la speranza per provare ad uscire assieme dai problemi e dalle tensioni causate da un fenomeno epocale come le migrazioni, fenomeno che fa emergere con forza le contraddizioni e le ingiustizie della nostra società».

 

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