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Non ci resta che il crimine

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Un film con non molti guizzi e poca originalità, ma anche con una certa spigliatezza grazie soprattutto a ottimi interpreti

Tre amici, che campano alla meglio, si ritrovano all’improvviso nella Roma inizio anni 80, in mezzo ai luoghi della banda della Magliana

 

Giuseppe, Moreno e Sebastiano sono tre amici che cercano l’occasione per uscire da situazioni di varia frustrazione: il primo lavora con il suocero, e non è contento; gli altri o sono sposati infelicemente o sono divorziati senza soldi e senza lavoro. In particolare Moreno ha la fissa della banda della Magliana, tanto da coinvolgere i due amici in improbabili tour criminali dei luoghi delle “gesta” della banda a uso dei turisti. Un giorno, passando nel retro di un bar (per evitare un vecchio e odioso compagno di scuola che ha fatto successo), si ritrovano nello stesso bar ma 36 anni prima… Ovvero nel 1982, nel pieno dei festeggiamenti per una vittoria della nazionale italiana durante i Mondiali di Spagna. E soprattutto in un bar di proprietà della banda della Magliana, in cui ha il quartiere generale il terribile Enrico De Pedis, detto “Renatino”. Si metteranno in fretta nei guai.

Di viaggi nel tempo ce ne sono molti nel cinema, e il nuovo film di Massimiliano Bruno decide di prendere a modello (o omaggiare, diciamo così) il più famoso tra i viaggi del cinema italiano fin dal titolo: ma se nell’inarrivabile Non ci resta che piangere Massimo Troisi e Roberto Benigni finivano 500 ani indietro, stavolta il viaggio all’indietro è meno di 40 anni. Ma i pericoli non sono meno gravi: Sebastiano si fa irretire dalla fidanzata del boss De Pedis, i loschi traffici della banda sono facilmente scoperti dal trio grazie alla loro cultura in materia e gli scontri con il boss e sui sicari sono sempre dietro l’angolo, anche perché il trio si comporta in modo strano e ogni tanto fa cenno a cose che non esistono. Ma la situazione può essere usata anche a proprio vantaggio, per esempio scommettendo sui risultati del Mondiale ’82…

Massimiliano Bruno, qui presente anche con il cameo dell’amico vessato da piccolo che ha fatto successo, non è un autore e regista di commedie sottili, anzi spesso perde il senso della misura e rovina anche spunti di partenza validi o ottimi attori. Stavolta realizza un film con non molti guizzi e poca originalità, ma anche con una certa spigliatezza grazie soprattutto a ottimi interpreti come il trio Marco Giallini, Alessandro Gassmann e soprattutto un ottimo Gianmarco Tognazzi, il “boss” Edoardo Leo, Ilenia Pastorelli (cui però fanno fare sempre la stessa parte). Le gag non mancano (la rapina travestiti dai Kiss…) anche se si ride meno del previsto; e qualche grossolanità è ormai da mettere nel conto come pietanza fissa della commedia. E se la ricerca dell’effetto nostalgia suona un po’ troppo banale e insistita, oltre tutto con citazioni poco epiche (la pubblicità del pennello cinghiale, dai…). Come gli errori di cantare, citare, utilizzare canzoni e oggetti “anacronistici” del presente è un espediente meccanico che non funziona bene. Delle reali e sostanziali differenze tra le due epoche, c’è davvero ben poco (era più efficace il buon Vanzina in Il cielo in una stanza). Ed è strano, essendoci nel team di sceneggiatori che affianca Bruno anche il quotato Nicola Guaglianone. Come l’espediente affidato alla canzone “Dammi tre parole” cantata fin troppe volte. Più ricercato il gioco cinefilo, che oltre agli scontati omaggi al citato cult di Benigni e Troisi o alla saga di Ritorno al futuro rimanda a poliziotteschi, recenti serie tv “criminali” e un po’ di action all’americana. Piuttosto sorprende la leggerezza con cui si presenta un criminale come De Pedis, che al netto delle violenze sui “traditori” sembra quasi una brava persona, con cui si può fare persino amicizia e che ha una sua “etica” criminale, con tanto di “rispetto” per il più sfigato dei tre che però fa breccia nelle sue simpatie.

Meglio quando i tre ritrovano i loro se stessi giovani, anche de pure questo espediente non si può dire particolarmente originale. Quello che diverte di più sono alla fine le schermaglie di interpreti molto affiatati tra loro (Gassmann, che con Tognazzi fa copia da oltre vent’anni, è anche al quinto film insieme a Giallini…). Ma non si può che negare che il ritmo c’è, che la storia si fa seguire e che Bruno in passato ha fatto sicuramente di peggio. Insomma, il film non entusiasma ma si fa vedere. E a tratti può persino divertire.

Antonio Autieri

EXTRA

Clip “Arrivo nell’82”

Clip “Dovete sparì”

Ecco i film da regista di Massimiliano Bruno, che ha anche una cospicua attività di attore e di regista teatrale

  • Nessuno mi può giudicare (2011)
  • Viva l’Italia (2012)
  • Confusi e felici (2014)
  • Gli ultimi saranno ultimi (2015)
  • Beata ignoranza (2017)
  • Non ci resta che il crimine (2019)
Se Dio vuole

Non ci resta che il crimine è il quarto film in coppia per Marco Giallini e Alessandro Gassmann, che avevano già recitato insieme in Tutta colpa di Freud di Paolo Genovese (2014) e in Se Dio vuole di Edoardo Falcone (2015), e poi in un altro film di Massimiliano Bruno, Beata ignoranza (2017).

Natale a Beverly Hills

Sono ben sei invece i film della coppia ultraventennale formata da Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi, amici di vecchia data (come i rispettivi padri, i grandi Vittorio e Ugo). Dopo Uomini senza donne di Angelo Longoni (1996) e  Lovest di Giulio Base (1997), seguì Teste di cocco di Ugo Fabrizio Giordani (2000). Dopo una parentesi, i due tornano insieme nel cinepanettone Natale a Beverly Hills di Neri Parenti (2009). Infine sono entrambi nel cast corale del già citato Tutta colpa di Freud di Paolo Genovese (2014), ma tornano davvero a far coppia in Non ci resta che il crimine.

 

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