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Una notte di 12 anni

Álvaro Brechner riesce con eguale delicatezza a condurci negli abissi della tortura psicologica insieme ai protagonisti

I 12 anni di prigionia di tre leader del movimento di opposizione al regime militare di Bordaberry, salito al potere in Uruguay dopo il colpo di stato del 1973.

Uruguay, 1973. Dopo il colpo di stato guidato da Juan Marìa Bordaberry, i vertici della nuova dittatura militare arrestano nove leader del Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros. Per prevenire nuovi attacchi da parte del Movimento i prigionieri verranno ricattati e tenuti in vita, ma saranno sottoposti a un nuovo regime detentivo, fatto di torture fisiche e psicologiche ai limiti dell’umana sopportazione. Tra i prigionieri si trova anche il futuro presidente della Repubblica Uruguayana Josè “Pepe” Mujica, l’attuale Ministro della Difesa Eleuterio Fernández Huidobro, e il giornalista Mauricio Rosencof: proprio sulle loro vicende il film di Álvaro Brechner si focalizza, raccontandone la condizione di totale isolamento, i continui trasferimenti e le torture a cui furono sottoposti con il solo scopo di condurli alla pazzia.

Presentato nella sezione Orizzonti alla 75ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Una notte di 12 anni aggiunge un altro tassello alla riflessione che il cinema latinoamericano da anni compie sulla necessità di portare alla memoria le efferatezze delle dittature del Novecento. Non è un caso, infatti, che in questo film alcuni focus sull’umana sofferenza ricordino i migliori passaggi del cinema civile di Patricio Guzmàn, che ha dedicato la sua intera carriera al racconto della tormentata storia della Repubblica del Cile.
Álvaro Brechner riesce con eguale delicatezza a condurci negli abissi della tortura psicologica insieme ai protagonisti, interpretati da facce e corpi che si modificano e si consumano nel corso dei 12 anni di prigionia raccontati. Impressionanti le prove degli attori Antonio De La Torre, Alfonso Tort e Chino Darín  (figlio del grande attore Ricardo Darín) nei panni dei tre ostaggi, che nelle lunghe scene dedicate alla reclusione modulano ogni movimento senza mai esasperare gesti o espressioni di dolore. La recitazione trattenuta fa da eco ad un impianto narrativo interessato più alle metamorfosi esistenziali dei personaggi che alla vicenda storica in sé, al punto da ingabbiare lo spettatore nella stessa condizione di isolamento dei protagonisti: al di là di una prima panoramica generale sulla vicenda del colpo di stato e sulle efferatezza degli omicidi politici, il film di Brechner raramente esce fuori dalle mura delle carceri per raccontarci le evoluzioni della Storia; su di essa abbiamo solo sparuti indizi da condividere con i prigionieri, origliati da una radio lontana o letti sui brandelli di una pagina di giornale gettata nel gabinetto. In questo la scelta del regista risulta vincente, abbandonando le vie di un cinema più prevedibilmente politico per imboccare quelle di un’opera umana sulla libertà e su quanto il desiderio di raggiungerla sia in grado di resistere alle più feroci torture. Alla frustrante routine della reclusione il regista alterna poi scene gustosissime e volutamente caricaturali sull’idiozia del regime e sull’ipocrisia dei suoi vertici, calate in una realtà tanto paradossale quanto brutale.

Nel seguire i tre personaggi il comparto tecnico si mantiene pulito e preciso, senza mai accanirsi su insopportabili scene di tortura fisica o sull’eroica resilienza dei protagonisti. A ciascuno di loro sono invece dedicati alcuni momenti esclusivi, che esulano dalla prigionia per virare sull’intimità dei ricordi, su affetti e talenti da recuperare una volta usciti dall’inferno. Saranno questi brevi momenti di fuga della mente a permettergli di sopravvivere, nella promessa di una liberazione che si verificherà soltanto 4323 giorni dopo l’arresto, in una delle scene più intense di tutto il film. Anche il ritorno alla libertà si svolge infine senza retorica né sentimentalismi: accompagnato dall’attesa fuori dalle mura del carcere, lo scioglimento nell’abbraccio dei cari chiude un’altra bella pagina di cinema impegnato ma non ricattatorio, colmo di quella semplicità che è spesso la vera cifra dei più grandi eroi della storia.

Maria Letizia Cilea

EXTRA

Scrive Álvaro Brechner: «Che cosa resta di un uomo dopo che è stato spogliato di tutto? Isolato, fuori dal tempo, privato di qualsiasi stimolo, senza punti di riferimento a cui potersi aggrappare, i suoi stessi sensi incominciano a tradirlo. Ma qualcosa è radicato dentro di lui, qualcosa che nessuno può portargli via: la sua immaginazione. Una notte di 12 anni è, in primo luogo, una discesa negli abissi. Basato su una storia vera, mostra come, nel corso di 12 anni, tre uomini siano stati gradualmente privati di ogni attributo umano, sottoposti a un processo di abbruttimento fisico e di spersonalizzazione, volto a privarli della ragione e, in ultimo, a distruggerne ogni capacità di resistenza fisica e morale, costringendoli a reinventarsi dalle ceneri della propria umanità per affrontare e superare prove di inconcepibile crudeltà.

ll progetto mi ha richiesto un lungo lavoro di ricerca e preparazione, durato oltre quattro anni. Il film è una sorta di percorso esistenziale, la sfida principale, quindi, è stata quella di evitare di farne un prison-movie. L’ordine dell’esercito era chiarissimo: “Visto che non possiamo ammazzarli, li condurremo alla pazzia”. Il mio obiettivo non era solo una meticolosa ricostruzione storica degli eventi, bensì la riproduzione di un percorso estetico e sensoriale, tale da consentire al pubblico di toccare da vicino l’esperienza di come si possa sopravvivere a una tale lotta interiore.

I tre attori principali si sono dovuti sottoporre a un durissimo lavoro di condizionamento psicologico e fisico (hanno perso tutti circa 15 chili) per permetterci di sperimentare da vicino le condizioni estreme in cui si sono trovati a vivere. Obiettivo della messa in scena, trasportarci accanto a loro, immergendoci nella lotta che l’essere umano ingaggia con se stesso per non perdere la propria essenza umana.

È stato un cammino oscuro, ma anche molto gratificante. Irto di difficoltà e sfide, il film ha riconfermato le mie convinzioni, vale a dire, che anche quando le circostanze possono far pensare che tutto sia ormai perduto, non si devono sottovalutare le potenzialità della forza e della resistenza dell’essere umano».

Nella lavorazione del film Álvaro Brechter ha incontrato più volte Josè Mujica, Mauricio Rosencof e Fernàndez Huidobro, tentando di lavorare il più possibile sulla ricostruzione storica da loro fornita e sulle emozioni da loro raccontate.
Le parole del regista: «ll progetto mi ha richiesto un lungo lavoro di ricerca e preparazione, durato oltre quattro anni. Il film è una sorta di percorso esistenziale, la sfida principale, quindi, è stata quella di evitare di farne un prison-movie. L’ordine dell’esercito era chiarissimo: “Visto che non possiamo ammazzarli, li condurremo alla pazzia.”Il mio obiettivo non era solo una meticolosa ricostruzione storica degli eventi, bensì la riproduzione di un percorso estetico e sensoriale, tale da consentire al pubblico di toccare da vicino l’esperienza di come si possa sopravvivere a una tale lotta interiore».

Il regista uruguayano Álvaro Brechner è nato a Montevideo nel 1976. Si laurea in Scienze della Comunicazione Sociale (Università Cattolica dell’Uruguay, 1998) e l’anno seguente ottiene un Màster en Documental de Creació (Master del documentario creativo) presso l’Università Pompeu Fabra di Barcellona. Dal 2000 vive a Madrid, e tra il 2000 e il 2007 dirige numerosi cortometraggi, presentati a oltre 140 festival Internazionali e acquistati dalle tv di oltre 15 Paesi, nonché una dozzina di documentari trasmessi sui canali della TV nazionale spagnola, su History Channel e Canal Odisea.

Nel 2009, scrive e dirige il suo primo lungometraggio, Bad Day to Go Fishing, che partecipa alla Selezione della Settimana Internazionale della Critica del Festival di Cannes e ottiene oltre 30 riconoscimenti in 60 festival internazionali. Inoltre, il film ha rappresentato l’Uruguay all’Oscar come miglior film in lingua straniera. Mr. Kaplan, il suo secondo lungometraggio (2014), ha partecipato a oltre 40 festival internazionali, ha ricevuto 7 nomination ai Premi Platino 2015, incluso miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura, nonché una nomination per il miglior film iberoamericano ai Premi Goya 2015. Distribuito nelle sale cinematografiche di oltre 25 Paesi, ha rappresentato l’Uruguay all’Oscar 2015 come miglior film in lingua straniera.

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