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Old Man & The Gun

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Tutto il film sembra un omaggio al cinema degli anni 70 e 80, fin da quella fotografia perfetta che riproduce la “grana” visiva del tempo

Un anziano rapinatore di banche conosce una vedova, che inizia a frequentare. Mentre la polizia gli dà la caccia

È una storia vera, o meglio quasi tutta vera, ci informa la didascalia sui titoli di testa. La storia è quella di Forrest Tucker, che fin da giovane entrava e usciva dalle prigioni e che a inizio anni 80, ormai avanti con gli anni, ci appare sempre più tranquillo e sicuro di sé. Un rapinatore di banche, un ladro educato e gentile sostengono i dipendenti degli istituti di credito rapinati, addirittura un «uomo felice» si spinge a ipotizzare una ragazza. Tutti sono colpiti dai suoi modi, direttori di banca e impiegate allo sportello: intimoriti, ma anche soggiogati se non addirittura sedotti da un vecchio, sorridente uomo che sussurra poche ma ferme parole sul malloppo da inserire in borsa, ma anche parole appunto gentili e perfino dolci quando si trova davanti a giovani donne. E non solo giovani, come non lo è neppure Jewel, vedova che incontra durante una fuga con l’auto in panne e da cui rimane stregato. Tucker non ha legami (si sposò da giovane, se ne andò di casa dopo tanto tempo in galera, non sa di avere due figli), se non quelli con i due amici – altrettanto anziani – che fanno i colpi con lui. Per questo non è mai arretrato, durante le sue imprese, davanti ai rischi di finire in galera, lui che di evasioni – anche rocambolesche – ne ha accumulate 16… E perciò è ancora più strano quanto gli inizia a capitare con la donna. Ma non così tanto da interrompere la lunga fila di rapine, fino al colpo che può sistemarli per sempre. Posto che gli interessino i soldi, a Tucker, cui non interessa «guadagnarsi da vivere», bensì vivere. Intanto però, lo scrupoloso detective John Hunt gli dà la caccia.

Old Man and the Gun, film diretto da David Lowery (autore di piccoli film rigorosi, che ha in curriculum anche il blockbuster disneyano Il drago invisibile), si ispira – con una certa libertà, come detto – alla storia di Forrest Tucker. Un personaggio reso alla grande da Robert Redford, che in lui trova la sintesi di tanti personaggi del passato e quasi di un’intera carriera da attore, che ha annunciato di voler terminare (per continuare a dirigere film e a seguire altre sue attività nel cinema). Quell’uomo che colleziona rapine (93 in due anni), arresti (il primo a 13 anni) ed evasioni, che porta sempre dietro con sé la pistola ma non spara mai, che preferisce farsi prendere piuttosto che farsi male o far male a qualcuno sembra concludere degnamente la sua personale galleria di eroi e antieroi. Ma tutto il film sembra un omaggio, soprattutto, al cinema degli anni 70 e 80, fin da quella fotografia perfetta che riproduce la “grana” visiva del tempo. E nel finale l’elenco delle evasioni prenderà forma sullo schermo, con citazioni di alcuni grandi film del passato che diventano momenti della vita del protagonista.

Se Redford è perfetto nel ruolo del ladro gentleman e seduttore, non da meno è Sissy Spacek in quelli di Jewel, dolce ma anche risoluta a tempo debito. Mentre, oltre a due comprimari di classe come Danny Glover e Tom Waits, notevole è anche la figura dell’investigatore John Hunt, interpretato come sempre al meglio da Casey Affleck, tignoso ma anche via via affascinato da Tucker. Tra ladro e poliziotto si crea a distanza un rispetto reciproco, basato su una “serietà” di fondo e sull’amore per quello che fanno, che troverà compimento in un incontro “casuale” che vale il film. Niente di nuovo, si dirà (quanti film hanno proposto dinamiche simili tra “nemici”?), ma con due attori sopraffini che rendono avvincente il confronto. Come pure non può certo dirsi inedita questa ballata a tratti malinconica sul tempo che passa o sugli errori fatti (Tucker ha abbandonato moglie e i figli, di cui pare non aver conservato nemmeno il ricordo), con la grazia del grande, buon vecchio cinema di una volta. Un film che potrà a qualcuno sembrare a tratti “lento” (ma ci si diverte anche in alcuni momenti), e che è invece è piacevole e narrativamente disteso. E che fa sgorgare, alla fine del film, un sentimento abbastanza raro al cinema: quello della gratitudine, per quanto un mito come Redford ci abbia regalato con i suoi film.

Antonio Autieri

EXTRA

Clip L’incontro

La sceneggiatura è basata sull’omonimo articolo scritto nel 2003 da David Grann per il New Yorker Così Grann scrisse fra le altre cose su Tucker: «Gli agenti rimasero sbalorditi quando scoprirono che l’uomo che avevano arrestato aveva 78 anni: secondo il capitano James Chinn, aveva l’aria di un pensionato che ha appena finito di cenare all’ora delle galline…». Perfino nelle eccentriche classifiche dei fuorilegge più famosi, Forrest Tucker era considerato un personaggio a sé, un rapinatore di banche professionista che era riuscito a evadere dal carcere ben 18 volte e aveva messo a segno numerosi colpi anche dopo aver ampiamente superato i settant’anni. Questa è stata la ragione iniziale che ha spinto il giornalista e autore David Grann (Civiltà perduta) a raccontare la storia di Forrest sul New Yorker nel 2003, tre anni dopo che il leggendario rapinatore era stato rispedito in prigione alla veneranda età di 80 anni per un altro geniale colpo a coronamento di una carriera durata letteralmente tutta la sua vita.
Tra i primi lettori del pezzo di Grann ci furono anche i produttori Jeremy Steckler e Dawn Ostroff. Dopo aver convinto Redford, i due proposero il progetto a David Lowery, che aveva appena diretto Senza santi in paradiso, una storia di fuorilegge ambientata in Texas e di enorme impatto visivo.

Lo sceneggiatore e regista David Lowery ha modificato il suo approccio per dare al personaggio il massimo respiro possibile. «La prima stesura del copione era molto più lunga e più giornalistica» spiega Lowery. «Mi sono basato molto sui fatti. Nella vita reale, la “Banda dei vecchietti d’assalto” era molto più numerosa e spietata, con parecchi episodi di droga, morte e altri elementi sgradevoli. Ma quell’approccio l’ho abbandonato quasi subito, in parte perché non è il mio forte, ma anche perché volevo tenere la telecamera continuamente fissa su Bob. Perciò in pratica ho usato l’articolo di Grann come Bibbia e non me ne sono allontanato troppo». Il regista si è lasciato guidare dalla contentezza interiore di Tucker, adottando un approccio non convenzionale che mette sia i crimini, sia l’inseguimento da parte delle forze dell’ordine in secondo piano rispetto allo spirito della narrazione. Lowery ricorda: «Volevo vedere Forrest brillare. Come narratore sono naturalmente incline alla malinconia ed effettivamente ci sono degli aspetti tragici nella storia di Tucker. Però una volta tanto ho voluto tenere a freno i miei istinti e fare un film che facesse anche sorridere».

Di bozza in bozza, Lowery ha trasformato la storia in un duplice, allegro gioco tra gatto e topo: da una parte la storia d’amore tra Tucker e quella che forse era l’unica donna a poter sopportare la sua riprovevole scelta professionale; dall’altra la storia dell’agente stanco della vita che ha deciso di dargli la caccia.
«Nella mia mente Bob e Forrest Tucker sono sempre stati intrinsecamente legati. Avevo già notato un sacco di parallelismi con i vari personaggi che Bob aveva interpretato nel corso degli anni, ma è stato soltanto quando ho lavorato con lui per Il drago invisibile che sono riuscito a conoscerlo personalmente. È questo che mi ha permesso di adattare il ruolo apposta per lui. È stato un vero e proprio lusso passare un mese insieme in Nuova Zelanda, a lavorare e conoscerci».
«David voleva rendere omaggio non solo a Butch Cassidy e La stangata ma anchea Bonnie e Clyde e Nick mano fredda e a tutti i grandi film sugli antieroi» spiega infine il produttore James D. Stern.

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