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La donna elettrica

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Un film che riesce a oltrepassare le barriere del cliché e sa dipingere tutti i tratti femminili di chi ha ricevuto in dono e come missione la capacità di prendersi cura di qualcuno o di qualcosa

Halla dirige un coro e ha un segreto: è lei la donna che manomette l’elettricità come protesta per l’azione delle multinazionali siderurgiche. Finché un giorno le arriva una notizia inaspettata.

Halla, la donna è elettrica. Anzi si ribella e usa l’elettricità. Contro i poteri forti dello Stato che manomettono l’ecosistema e la bellezza della natura e le decisioni governative che favoriscono le multinazionali siderurgiche che in qualche modo distruggono l’Islanda, la sua terra. La polizia le dà la caccia, la terrorista fugge per campagne, si nasconde dietro maschere prendendo in giro droni anti terroristi. Per i più, agli occhi della società e dei suoi amici, Halla è una direttrice di un coro classico, elegante quanto grintosa. E ha una gemella (sempre la bravissima Hallora Geirharðsdóttir a interpretare il doppio ruolo), che anche con la terra ha una relazione: insegna yoga e l’energia quindi la prende e la fa prendere dalla Madre, la Terra, per l’appunto. E cosa succede quando il desiderio di maternità, atteso, sospeso e forse dimenticato negli anni, diventa realtà? Ovvero quando dopo tanto tempo, Halla, single, riceve il via libera a diventare madre di una bambina in carne e ossa? Cosa conviene fare a Halla?

Commedia sociale, che gioca tra richiami surreali (come l’orchestra che accompagna Halla nelle sue battaglie), e richiami reali, La donna elettrica (il titolo originale sarebbe Woman at War) è un piccolo e delizioso film, opera seconda del regista Benedikt Erlingsson selezionato alla Semaine de la Critique a Cannes e vincitore del Premio Lux 2018 assegnato dal Parlamento europeo. Un lungometraggio piccolo, ma neanche tanto se la regista e attrice Jodie Foster ha annunciato di volerne realizzare presto un remake americano, dirigendolo e interpretandolo. C’è tutto in questa storia distribuita da Teodora come film natalizio d’autore. C’è la profondità e la leggerezza di un film per tutti, c’è l’ironia e soprattutto (è ancora difficile anche se non sembra) c’è quella femminilità in tutte le sue variazioni credibili e non stereotipate che sanno dar sapore e vitalità alla trama. Sì perché questo film, che può essere interpretato banalmente come un film femminista diretto da un regista uomo, è invece un film che riesce a oltrepassare le barriere del cliché e sa dipingere tutti i tratti femminili di chi ha ricevuto in dono e come missione la capacità di prendersi cura di qualcuno o di qualcosa. Che sia la terra dilaniata dal potere (maschile) del possesso e dell’usura, che sia il corpo, estenuato dalle tensioni e dalla ricerca della perfezione (contro le quali la disciplina dello yoga si ribella), che sia il desiderio di dare una nuova vita a chi, orfano o abbandonato, ha bisogno dell’affetto di una madre.

Un film per tutti, senza sbavature, che scalda il cuore. E ogni tanto dai film ce lo aspettiamo.

Emanuela Genovese

EXTRA

La donna elettrica, coprodotto da Islanda, Francia e Ucraina, ha vinto il Premio Lux 2018 assegnato dal Parlamento Europeo. Il premio, dal 2007, è dedicato alla promozione del cinema europeo in quanto sostiene la diffusione delle produzioni continentali con sostegni alla circolazione nei vari paesi dell’Unione Europea.

Gli altri due finalisti di quest’anno erano The Other Side of Everything di Mila Turajlic (Serbia/Francia) e Styx di Wolfgang Fischer (Germania/Austria).

Afferma Benedikt Erlingsson: «C’è una connessione forte tra i miei due film, Storie di cavalli e di uomini e La donna elettrica. Si tratta di qualcosa di cui sono diventato davvero consapevole solo dopo aver ultimato quest’ultimo, ossia l’idea fondamentale che i “diritti della Natura” dovrebbero essere di fatto considerati allo stesso livello dei “diritti umani”, dovrebbero essere protetti con forza in ogni costituzione e difesi da leggi internazionali. Tutti noi dobbiamo capire che la natura incontaminata ha un diritto intrinseco a esistere, una necessità che va al di là dei bisogni dell’uomo e del nostro sistema economico.
A volte succede invece che lo stesso Stato, che nei paesi democratici si dà per scontato che sia uno strumento creato dal popolo per il popolo, possa essere facilmente manipolato da interessi particolari contro il bene comune. Quando guardiamo alle grandi sfide che dobbiamo affrontare sulle questioni ambientali, questo ci appare perfettamente chiaro.
Ne La donna elettrica questo tema diventa terreno fertile per una commedia, ma nella realtà, in alcuni paesi, è piuttosto l’argomento per una tragedia. Vorrei citare a proposito due donne che considero delle eroine: Berta Cáceres in Honduras e Yolanda Maturana in Colombia. Entrambe attiviste per l’ambiente, sono state assassinate da chi aveva grandi interessi nelle terre che esse provavano e difendere».

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