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Ride

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Il debutto alla regia di Valerio Mastandrea è originale, non banale, innervato di quella sensibilità che ne ha fatto anche uno dei migliori interpreti italiani

Alla vigilia del funerale del marito, morto sul lavoro, la giovane vedova si prepara con il figlio a far fronte alla commozione di un’intera comunità

Dopo la morte di suo marito Mauro, avvenuta quasi una settimana prima, Carolina si appresta al funerale che si svolgerà l’indomani. Tutti cercano di confortarla, tutti sono straziati dall’improvvisa perdita; inoltre, la morte del giovane operaio ha scatenato una grande attenzione mediatica, e l’intera comunità di Nettuno – comune sul mar Tirreno, che sembra uno dei tanti piegato dalla crisi – si sente colpita dal lutto. Ma Carolina, che pure amava molto il marito, non piange, non si dispera, non riesce nemmeno a ricordare bene gli ultimi momenti insieme. E oltre tutto deve far fronte anche alle domande insistenti del figlio: «Perché non piangi?». Al funerale tutti si aspetteranno una vedova devastata: come non deluderli?

Ride, debutto alla regia di Valerio Mastandrea – che ha scritto il film insieme a scritto insieme a Enrico Audenino – è originale, non banale (anche nella scelta di non essere presente nemmeno con un cameo), innervato di quella sensibilità che ne ha fatto anche uno dei migliori interpreti italiani. E anche nella scelta della protagonista, poco vista finora al cinema: Carolina, interpretata da Chiara Martegiani (peraltro compagna dell’attore: ma tutto si può dire tranne che sia una scelta non adeguata), è spiazzata dalle sue reazioni, si osserva vivere come se non fosse lei; vorrebbe piangere, disperarsi («ho sempre pianto più di tutti… E adesso non ci riesco, non mi viene naturale»); una reazione al dolore umanissima nella sua singolarità, che contrasta con il dolore degli “altri” (la prima fidanzatina del marito, straziata anche se non lo vedeva da anni; la coppia di amici che si stanno separando; un vecchio compagno di calcio), sincero ma a volte comico nell’esibizione goffa e imbarazzante. Carolina si sente inadeguata, teme di deludere se stessa e gli altri ma al tempo stesso vive come una gabbia questa mancanza di solitudine nel dolore. Le fa da controcanto il figlio Bruno di dieci anni, che allo spiazzamento per le reazioni della madre aggiunge la sua sensibilità infantile: si prepara al funerale, insieme a un amico, facendo le prove di interviste dare in tv, per poter conquistare la ragazzina di cui è innamorato; è una parte del film, buffa e molto riuscita, che restituisce bene il mondo di un bambino frastornato da mille sentimenti contrastanti. E la capacità del Mastandrea regista di tirar fuori il meglio da Arturo Marchetti che interpreta Bruno e dall’altro piccolo attore (il suo amico) fa ben sperare per il suo nuovo percorso intrapreso.

Al tema “privato” di madre e figlio si aggiungono però altre sottostorie che si amalgamano meno bene: quello delle “morti bianche sul lavoro”, con conseguenze di tensioni fra operai anziani (che si sentono in colpa ma al tempo stesso rivendicano un impegno politico che non vedono più) e giovani, convinti di essere stati abbandonati a se stessi. Tensioni che sono spia di un’amara riflessione su un contesto sociale ormai compromesso e che si traducono soprattutto nel rapporto tra il padre di Mauro, interpretato da Renato Carpentieri (grandissimo attore, ma qui un po’ troppo bloccato in una fissità dolente, con rari scatti d’ira: un po’ troppo scritto e rigido come ruolo), e l’altro figlio, Stefano Dionisi (che è un piacere ritrovare dopo tanti anni – anche di sofferenze – al cinema), uno sbandato mezzo criminale, e armato, che gli rinfaccia errori e omissioni: rapporto e scontri che portano il film fuori dal nucleo centrale, oltre tutto in maniera poco equilibrata e convincente.

La parte migliore rimane invece quella della quotidianità, dei piccoli gesti banali che ci si trova a fare anche nel dolore più profondo, dei ricordi belli o buffi che rallegrano e possono essere male interpretati, perfino le stranezze (il fingere di cucinare l’ultimo pasto del marito) o le “visioni” del coniuge defunto. Mastandrea, che dimostra originalità anche di stile, con inquadrature ricercate e sempre spiazzanti ma non pretestuose, dilata la misura delle singole scene (oltre tutto spesso slegate, tanto da sembrare a volta aneddotiche), forse per eccesso dimostrativo delle sue qualità registiche con il risultato di allontanare in parte lo spettatore. Ride – che si conclude con la scritta “dedicato a chi resta” – ci sembra un film più interessante (e coraggioso) che bello, ma è sicuramente un esordio che fa venir voglia di vedere uno degli attori italiani migliori che abbiamo di nuovo anche dietro la macchina da presa.

Antonio Autieri

EXTRA

Clip “Perchè non vi truccate più”

Intervista a Valerio Mastandrea e a Chiara Martegiani

Valerio Mastandrea: «Io voglio e devo stare male. È un mio diritto». Quando vengono dette parole del genere di sicuro chi le pronuncia è in difficoltà. Non perché si parla di volontà legata al male ma perché si urla il diritto al dolore, dolore quindi negato da qualcuno o da qualcosa. L’epoca che ci è toccata, specie questi ultimi trent’anni, ci regala la possibilità di vedere e sentire tutto amplificando in maniera esponenziale la nostra percezione del mondo e nello stesso tempo depotenziandoci emotivamente rispetto al tutto che incontriamo. Questo accade per le cose belle ma anche per le cose che ci fanno soffrire. Il rapporto col dolore è il vero dramma dei nostri giorni: è plasmato dal modo di approcciare che ci viene suggerito in maniera nascosta, subdola e ricattatoria; è condizionato da fattori esterni come può essere l’emozione collettiva rispetto ad un fatto di cronaca; è definito, quasi “per legge”, dalla morale del momento, la più sostenuta, la più cliccata, la più condivisa. Oggi stare male veramente per qualcosa di vero è molto complicato. Affrontare il dolore in modo sano e autentico mettendo le basi per un percorso costruttivo è la fatica più grande per chi si trova in una condizione di sofferenza.
In Ride Carolina subisce passivamente proprio l’indignazione degli altri e l’attenzione di media, gente comune e autorità, sin dal giorno dell’incidente in fabbrica dove è saltato in aria l’amore della sua vita. È sconvolta dall’incapacità di stare male per quello che le sta capitando. Perché è così lontana dal dolore? La verità sta nell’occhio di bue che gli hanno puntato addosso giorno e notte, davanti al quale lei è stata ferma, immobile con la sua ingenuità e con la sua prima volta-vedova di morte sul lavoro, come un’attrice che dell’imbarazzo ha fatto la propria cifra migliore. L’appropriazione indebita del dolore di chi subisce una perdita così dolorosa è spesso la costante del nostro tempo, specie se trainata dal carattere “sociale” del tragico evento che la genera. Come se l’unica cosa che potessero fare “gli altri” è offrire consolazione, indennizzi e funerali pubblici. Di queste tre cose, salvo il concreto aiuto economico, forse solo la consolazione può realmente aiutare chi sta male a riprendersi la propria sofferenza. Il resto non è altro che la dimostrazione dell’istituzionale, eterna impotenza rispetto a consolidate dinamiche politiche e culturali che permettono di morire al lavoro come si muore in una guerra.
Negli anni della ricerca costante della felicità dobbiamo anche chiedere il permesso per stare male come si deve. A pensarci bene è logico. Solo abitando davvero il buio possiamo farci accecare dall’amore per la vita».

I COMMENTI SCELTI DALLA REDAZIONE

POSITIVI

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