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Cosa lascia Bertolucci

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Una riflessione sulla carriera del regista che vinse 9 Oscar per L’ultimo imperatore, anche a beneficio dei giovanissimi che non lo conoscono

29 novembre 2018

Bernardo Bertolucci, scomparso a 77 anni

La scomparsa di Bernardo Bertolucci a 77 anni (era nato a Parma il 16 marzo 1941), lo scorso 26 novembre è stata accolta da grande clamore, anche a livello internazionale. Perché internazionale era la fama del regista parmense, che esordì giovanissimo nel 1962 con La commare secca (film tratto da un soggetto di Pasolini, che fu per lui amico e maestro) e ha concluso la sua carriera anzitempo, nel 2012, con il “piccolo film” Io e te. Anzitempo perché di progetti ne aveva ancora, ma l’età e soprattutto la malattia (prima la sclerosi multipla, che lo bloccava da dieci anni sulla sedia a rotelle anche a causa di un’operazione sbagliata, poi un tumore che l’ha portato alla morte) hanno impedito la realizzazione di suoi nuovi film.

La sua internazionalità può sembrare curiosa, per il figlio del poeta Attilio venuto dalla provincia emiliana, ma erano anni attorno al Sessantotto in cui il mondo si apriva per un giovane aspirante artista e intellettuale, pieno di curiosità. E di ottimi incontri sul suo percorso. Dopo il secondo film, Prima della rivoluzione (1964), profetico e anticipatore della contestazione, si trovò quasi casualmente a collaborare con un mito come Sergio Leone, per la sceneggiatura di un capolavoro come C’era una volta il West (1968) insieme a un altro giovane autore, Dario Argento. Poi, dopo il cerebralissimo Partner (1968), il più debitore al suo mito Godard e alla Nouvelle Vague di cui il frutto migliore (e più sincero) è il già citato Prima della rivoluzione, arrivano i primi grandi successi di critica e in parte di pubblico, anche internazionale. Il conformista (con il grande Jean-Louis Trintignant) e Strategia del ragno (peraltro prodotto dalla Rai e mandato in tv prima che nei cinema, in Italia), entrambi del 1970, furono presentati – dopo i rispettivi passaggi nei più canonici Festival di Berlino e Venezia – negli stessi giorni al Festival di New York dove Bertolucci fu acclamato da un pubblico di giovani cinefili in un periodo in cui le contaminazioni tra autori, di qua e di là dell’Oceano, si stavano facendo molto forti.

Da qui un respiro autoriale sempre più internazionale, e anche l’accesso a star clamorose come Marlon Brando, peraltro arrivato al film casualmente dopo una serie di dinieghi da attori francesi (Belmondo, Delon, lo stesso Trintignant), per Ultimo tango a Parigi (1972), o emergenti come Robert De Niro in Novecento – poco prima che esplodesse come protagonista di Taxi Driver – in coppia con Gerard Depardieu.  E sono proprio questi due titoli a segnare la carriera di Bertolucci, che diventa anche un simbolo. Di autore in grado di concepire progetti arditi come Ultimo tango, che sfidò la censura dell’epoca e fu dapprima sequestrato per le scene di sesso molto forti (tra cui la famosa scena del burro), ma dopo un successo clamoroso di pubblico avvenuto forse anche in seguito ai primi problemi legali che ne decretarono la sorte di film-scandalo o maledetto (con 15 milioni e mezzo di spettatori è il secondo film di sempre in Italia). Poi condannato – cosa senza precedenti – al rogo di tutte le copie, comprese i negativi, salvo il deposito di tre esemplari presso la Cineteca Nazionale come “corpo del reato” («come si conserva il pugnale di un omicidio» scherzava amaramente l’autore). A tutto ciò si aggiunse la perdita dei diritti civili, cosa che tolse a Bertolucci il diritto di voto per cinque anni. Eterogenesi dei fini censori (in quanto tali ottusi), la damnatio memoriae non riuscì per nulla se – riabilitato in seguito a fine anni 80 – il film è diventato un classico riscoperto dalle generazioni successive. Per quanto appesantito – a nostro parere – non solo di un legittimo ma respingente tono mortifero, ma anche da un passo narrativamente greve che oggi (ma anche a inizio anni 90 quando fu riproposto nelle prime celebrazioni) ne fanno giusto un reperto d’epoca, molto sopravvalutato rispetto agli elogi ricevuti. Certo un film figlio di quei tempi, come lo era Novecento, film di sei ore diviso in due parti, un kolossal sull’Italia della prima parte del secolo scorso, con passaggi forti tra fascismo, caduta del regime e liberazione che, nonostante le numerose bandiere rosse per un film distribuito da una major americana, scontentò anche esponenti importanti del Partito comunista. Con il pregio di un respiro epico che si richiamava sia alla grande tradizione americana che ad alcuni rari exploit italiani (qualcuno citava Il Gattopardo, forse per la presenza di Burt Lancaster), ma in chiave di personalissima, anche parzialissima, rilettura della storia italiana. Che è anche il suo difetto, soprattutto considerando i pesanti occhiali ideologici: oggi possono suonare combustibile per i nostalgici come pesante fardello per chi è lontano anagraficamente (o rifiuta) quegli “occhiali”. Ma fu un altro successo popolare nei cinema italiani, nonostante il formato extra large. Seguì il debole La luna (1979) e poi La tragedia di un uomo ridicolo (1981), non riuscitissimo nonostante un’ottima prova di Ugo Tognazzi eppure interessante perché tra i pochi film sul terrorismo.

Fu la chiusura della carriera italiana di Bertolucci, che si lanciò in un vero kolossal internazionale per il quale – lo raccontò lui pochi anni fa, con grande onestà intellettuale – chiese aiuto a un politico che pure gli andava poco a genio, ovvero Bettino Craxi all’epoca segretario del Partito Socialista Italiano e soprattutto Presidente del Consiglio: con L’ultimo imperatore (1987), prima dei 9 Oscar vinti, non solo Bertolucci diventa il primo regista occidentale a girare nella Città proibita ma vince la sfida del grande cinema – visivamente splendido (semmai con scelte narrattive e dialoghi a tratti molto schematici) – come lo fanno (o facevano) gli americani, ma con il cervello di un autore europeo. Peraltro erano anni di grande libertà a Hollywood, anche dal punto di vista politico (oggi ci sarebbe, per dire, un film come Reds di Warren Beatty?). E così, mentre in patria il cinema italiano mostrava segni di crisi, con i grandi autori scomparsi o in declino, Bertolucci diventa regista ammirato e ricercato dalle major e dalle star: anche se poi questo periodo internazionale, si riduce a tre film: oltre al film ambientato in Cina, seguirà Il tè nel deserto (1990), dramma intellettuale con John Malkovich e Debra Winger, e Piccolo Buddha (1993) con l’emergente Keanu Reeves. Un decennio comunque molto significativo (anche oltre agli esiti dei singoli film),che confermava la sua maestria nella messa in scena e al tempo stesso la sua lontananza dal resto del cinema: tanti registi e autori hanno guardato al suo stile ma tenendosene a distanza, soggiogati e avviliti dalla sproporzione.

L’ultimo ventennio è segnato dal ritorno artistico in Italia, con Io ballo da sola (1996) che vide il lancio della giovanissima Liv Tyler in un film ambientato in una Toscana popolata da  molti stranieri per un film a cast misto dove spiccava Jeremy Irons. Poi tre film prodotti dalla berlusconiana Medusa (e inizialmente gli cosò parecchio accettare questo connubio, salvo poi apprezzare la professionalità e libertà dei suoi interlocutori aziendali). Il primo, il piccolo, trepidante L’assedio (1998, con Thandie Newton e David Thewlis), doveva essere un film per la tv e fu quasi tutto girato in un appartamento a Roma. Piccolo film, ma girato con maestria anche in considerazione di spazi ristretti. Addirittura claustrofobici gli ultimi due film: The Dreamers – I sognatori (2003) su un triangolo cinefilo-amoroso alla vigilia del maggio ’68 a Parigi, pieno di citazioni e rimpianti per la Nouvelle Vague. E infine, già bloccato sulla sedia a rotelle, lo e te dal romanzo di Niccolò Ammaniti, quasi tutto ambientato in una cantina. Un film diverso da tutti gli altri, dove il sentimento prorompeva tratti generoso, dopo tanti film controllati ma spesso “freddi” (giudizio ovviamente soggettivo). E chissà che sviluppi poteva avere il suo cinema, dopo questo piccolo gioiello.  Il film, in ogni caso, lo “curò” da una depressione dovuta all’immobilità sulla sedia a rotelle, regalandogli la voglia di realizzare altri progetti, che però non si son mai concretizzati anche se si parla di una sceneggiatura già ultimata, per un film (The Echo Chamber) che potrebbe essere affidato a un altro regista. Difficile ipotizzare chi: Bertolucci ha avuto tanti discepoli, a distanza, ma nessun diretto allievo. E il suo stile è stato pochissimo imitato, a differenza di altri “maestri” come – citiamo due esempi diversissimi – Fellini o Antonioni. Forse solo Luca Guadagnino (che diresse un documentario-intervista su di lui) lo può ricordare, a tratti. E in effetti Bertolucci, ritrovava nel giovane regista siciliano almeno un tratto comune, il fatto di utilizzare «il cinema e non la realtà come punto di partenza per la sua ispirazione: per noi il cinema è la realtà».

In questi giorni si sono lette molte cose, come normale che fosse, su Bertolucci e il suo cinema. Con molta enfasi, che qualcuno ha trovato eccessiva, e anche con qualche ormai consueta provocazione fine a se stessa, talvolta volgare. I bilanci sugli autori non è facile farli sull’onda dell’emozione e del cordoglio che una morte si porta con sé: è il tempo a poter dire parole più meditate. Certo, la lunga carriera di Bertolucci e anche il fatto che i suoi più grandi film siano ormai lontani ha comportato alcune conseguenze: una cristallizzazione dei giudizi, che risente magari delle passioni cinefile e politiche dell’epoca (per chi ha vissuto certi periodi); un tono nostalgico di chi ha diviso con il regista quelle stagioni, in cui il cinema aveva oggettivamente un’altra centralità e in cui certi autori e certi film trovavano uno spazio nel dibattito culturale che oggi trovano raramente; una distanza siderale della maggior parte del pubblico dei giovanissimi (come abbiamo avuto modo di riscontrare giorni fa in una rassegna in cui siamo coinvolti), che se non conoscono il cinema del passato temiamo siano lontanissimi anche da film celebratissimi come L’ultimo imperatore (pur riproposto pochi anni nelle sale in 3D, ma raccogliendo pochi spettatori).

A noi pare, con tutto il rispetto, che il suo percorso sia stato ricco se non debordante, e al tempo stesso pieno di contraddizioni. E che la maggior parte di quelle opere – anche le più interessanti – siano così figlie della loro epoca da essere poco comprensibili, e forse apprezzabili oggi: ci sono autori e film che a distanza di anni ci sembrano meno datati.  È un’impressione figlia di visioni recenti, con occhi scevri da passione: chi scrive, per quanto non più giovane, non ha vissuto in “diretta” certi fenomeni, e certe mode; e in un arco professionale di oltre 25 anni ha potuto vedere in sala solo quattro “nuovi” film di Bertolucci, oltre a qualche riedizione dei suoi film più importanti (mentre sullo schermo televisivo, quasi tutte le sue opere perdono moltissimo). Apprezzati nelle qualità formali e nella direzione degli attori, ma distanti dal personale gusto e sensibilità. Ma sono giudizi provvisori, rispettosi di chi ha amato l’uomo e l’autore: peraltro non si fa un grande omaggio a Bertolucci né ad accusare di lesa maestà chi legittimamente non si accoda alle lodi sperticate (sarebbe comica nonché proprio “conformista”  come operazione) né ad affermare – si è letto anche questo – che il cinema ormai non ha più nulla da dire o non può più coinvolgere lo spettatore moderno. È finita quella stagione, come prima ne erano finite altre. Ma a rimanere ancorati al passato non ci si guadagna. Ancora una volta, per noi il cinema è vivo come dimostrano autori contemporanei che, pur con uno stile diversissimo, hanno imparato quello che è il miglior lascito del regista più internazionale che l’Italia abbia avuto: nomi come Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, gli stessi (meno giovani) Giuseppe Tornatore e Gabriele Salvatores, e altri ne dimentichiamo, che ricercano, sperimentano, osano, girano film internazionali con grandi star. Alla ricerca di sfide grandi come la vita. Da questo punto di vista la lezione di Bertolucci – che peraltro forse verrà raccolta più all’estero che da noi – può non essere dispersa.

Antonio Autieri

Filmografia di Bernardo Bertolucci

  • La commare secca (1962)
  • Prima della rivoluzione (1964)
  • Partner (1968)
  • Amore e rabbia – episodio “Agonia” (1969)
  • Il conformista (1970)
  • Strategia del ragno (1970)
  • Ultimo tango a Parigi (1972)
  • Novecento (1976)
  • La luna (1979)
  • La tragedia di un uomo ridicolo (1981)
  • L’ultimo imperatore (1987)
  • Il tè nel deserto (1990)
  • Piccolo Buddha (1993)
  • Io ballo da sola (1996)
  • L’assedio (1998)
  • The Dreamers – I sognatori (2003)
  • Io e te (2012)

Il trailer della riedizione di Novecento

Il trailer della riedizione 3D de L’ultimo imperatore

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