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Troppa grazia

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Il regista emiliano riesce a mantenere in miracoloso equilibrio una storia che rischia di sprofondare nel ridicolo a ogni passo

Lucia, donna in difficoltà e non credente, di punto in bianco inizia a vedere la Madonna. Che le chiede un’impresa impossibile. Apparizione o allucinazione?

Da piccola, è vero, Lucia vide insieme alla madre un asteroide precipitare in terra; ma aveva sempre pensato di esserselo sognato. Ora, in crisi con gli affetti (lascia il fidanzato superficiale, fatica con la figlia adolescente avuta giovanissima da un altro), con il lavoro di geometra (è precaria, il sindaco suo amico – di una cittadina dell’Italia centrale afflitta dall’immobilismo – le affida un lavoro per rilevamenti catastali ma lei rischia grosso a denunciare le magagne scoperto nel grosso progetto comunale) e soprattutto con se stessa e il suo senso di inadeguatezza, inizia ad avere strane visioni: le appare, cioè, la Madonna. Credendo di avere un esaurimento o un inizio di follia, cerca di curarsi, va da uno psicologo, ne parla con il padre e con un’amica. Ma le apparizioni non diminuiscono, anzi. E Maria le chiede – insistendo parecchio e perfino con le maniere forti, ovvero alzando le mani… – una cosa impossibile: andare «a dire agli uomini» di far bloccare la grande opera architettonica che attira gli interessi di tutto il paese, per far costruire una Chiesa. Senza fermarsi nemmeno alle sue proteste: «Ma io non sono nemmeno credente…». Perché come si fa a credere, al giorno d’oggi, siamo seri…

Gianni Zanasi è regista tanti curioso quanto discontinuo, capace spesso di spunti brillanti e intriganti ma raramente capace di “tenerli” fino alla fine. Nella sua carriera, dopo il bell’esordio a metà anni 90 con Nella mischia (dove riprendeva le vite di alcuni adolescenti raccontati anni prima, bambini, in un suo corto), seguirono prove meno convincenti a parte Non pensarci (2007), il suo film più visto, storia di una famiglia disfunzionale con Valerio Mastandrea e Giuseppe Battiston. Ma anche lì, non tutto quadrava al meglio e c’era un che di esile, perfino in quello che quasi tutti considerano il suo lavoro migliore. Adesso, dopo una serie poco fortunata tratta da quel film e il passo falso di La felicità è un sistema complesso (2015), con Troppa grazia – premiato alla Quinzaine a Cannes – torna in gran forma: anzi, nella sua stranezza e pur con un finale che non convince del tutto, il regista emiliano  riesce a mantenere in miracoloso equilibrio una storia che rischia di sprofondare nel ridicolo a ogni passo. Perché le visioni di Lucia sono credibili, tanto che dopo un po’ – come lei – dobbiamo arrenderci alla loro plausibilità; come farà l’ex fidanzato, che affettuosamente un po’ la sgrida e un po’ sospetta che Lucia stia perdendo la testa, ma che alla fine sembrerà prendere sul serio le indicazioni di Maria…

A rendere credibile tutto (o quasi) il racconto ci sono un gruppo di ottimi attori, messi in condizione di dare il meglio: in primo luogo Alba Rohrwacher, in una delle rare occasioni di mostrarsi divertente (e ne ha le capacità) e straordinaria nel rendere questa Lucia goffa e imbranata, confusa e decisissima, che fugge da quella stravagante presenza che la assilla, ma al tempo stesso ne è via via interrogata. Mentre Elio Germano è misurato nel farle da spalla nei panni dell’ex fidanzato scettico e un po’ cialtrone, e Giuseppe Battiston è semplicemente perfetto nel ruolo del sindaco elegantemente, quasi poeticamente maneggione: «Che c’è di male a cercare di essere più felici?» chiede a Lucia, cercando di convincerla a non svelare quello che ha scoperto… La Madonna è invece interpretata, con candore e forte presenza scenica, dall’attrice israeliana Hadas Yaron, che apprezzammo parecchio anni fa nel bel film La sposa promessa.

Troppa grazia semmai ha il difetto di mettere troppi temi sul tavolo, da quello religioso (anche se declinato in un modo che chiunque possa stare al gioco, come in fondo deve fare Lucia che non ci crede ma si adegua, in un film spiazzante e sanamente folle) a quello etico e del lavoro, sul dilemma se sia meglio chiudere un occhio come le viene chiesto – in una condizione di assoluta fragilità e precarietà – o fare sempre il proprio dovere com’è giusto. Ma Zanasi azzecca soprattutto il tono, da commedia leggera ma non vacua, con la giuste dose di stralunaggine ma anche di tenerezza (il duetto tra la figlia e il padre, l’ottimo Teco Celio). E soprattutto incuriosisce nel presentare una Madonna decisa (anche troppo) ma anche tratti portatrice di quella tenerezza di cui Lucia ha un disperato bisogno. Nostalgia di qualcosa che si è nascosto in un angolo dell’anima o semplice gioco? E se è evidente che lo spunto religioso sia giocato sul filo del paradosso, quel Mistero inespresso e inesprimibile mette a disagio e conquista allo stesso tempo. Perché fa pensare che Lucia, se non è pazza, forse ha le allucinazioni; ma è una situazione che procura come minimo un filo di invidia.

Antonio Autieri

EXTRA

Clip “Sono qui per te”

Parla Gianni Zanasi:

«Penso che nessuno sappia veramente perché nasce una storia. Alla fine credo sia giusto così. Forse non c’è un perché, forse c’è soltanto un come.

La prima volta che mi è “apparsa” Lucia è stato all’improvviso. L’ho vista passeggiare da sola, in un grande centro commerciale, senza motivo. Ma ho sentito subito un carattere, uno spirito indipendente, un po’ “selvatico”. Ho pensato che forse viveva in una cittadina di provincia. Forse Lucia aveva passato la sua infanzia su un bellissimo campo.

Mentre la seguivo, sentivo un peso dentro di lei, che aveva a che fare con il sentimento di un quotidiano senza fughe. Un peso che evidentemente era anche il mio, così forte che all’improvviso è successo l’impensabile: Lucia si gira ed ecco quella ragazza con il velo sul capo che la fissa e le dice, con la serietà di un’altra epoca: «Vai dagli uomini…». Lucia la guarda e, spaventata, le risponde (e io con lei): «Ma vacci tu…». E sono scoppiato a ridere. Non ci potevo credere. Ecco, onestamente è cominciata così. Con una risata.

Nell’attimo di quella risata si sono toccati degli estremi. Il sentimento improvviso e fuori luogo del Mistero, e la nostra vita che lo sfiora in modo anche banale: il mistero immobile e potente da una parte, e il “giorno per giorno” friabile e confuso dall’altra. Le domande profonde che sentiamo, le risposte scomposte e improvvisate che diamo e ancora di più quelle che evitiamo. La verità e la menzogna.

Troppa grazia si è presentato da subito come un film di estremi che si toccano e si scontrano. Ma lì per lì ero confuso, non riuscivo a capire come mai proprio io dovessi fare un film con la Madonna. Alla fine mi sono appuntato l’immagine, ho pensato che fosse bella e folle e sono passato ad altro.

Solo qualche anno dopo, sempre all’improvviso e senza un perché, sono ritornate le voci della Madonna che chiede «Sei andata dagli uomini?» e di Lucia che le risponde ansiosa «Senti io non vado dagli uomini, questo è un problema tuo, lo capisci?». E di nuovo mi sono messo a ridere. Ho cominciato a scrivere il film. Ma, devo essere sincero, non in modo del tutto consapevole. In una prima stesura quello che mi prendeva e mi faceva andare avanti giorno per giorno è che ridevo tantissimo. Avvertivo anche che, proprio per la sua eccentricità, questa storia poteva ancora diventare tante cose diverse: da una sit-com irriverente a una riflessione sul sentire religioso di oggi… Erano veramente troppe possibilità. A fare la differenza è stato che in poco tempo ero già cotto di Lucia, coinvolto con lei in un rapporto completamente empatico. Come fai a non voler bene a una che alla Madonna risponde «Ti ho già detto di no! Ma cosa fai, insisti come i bambini?». Mettendomi nei suoi panni mi sono chiesto: e se succedesse a me? Ma non in un film, proprio nella mia vita: io come reagirei? Queste domande hanno annullato ogni distanza tra me e lei ed è stato questo che, tra tante possibilità, ha portato alla fine il film a trovarne una sola. Come penso debba essere.

Questo non è, evidentemente, un film di tema religioso. Perché non è un film sulla capacità di credere in Dio oppure no. Ma è sulla capacità di Credere Ancora, nonostante il nostro non essere più bambini. Di sentire, di immaginare. La Madonna del film non è quella del racconto religioso, ma la “Madonna di Lucia”, semplicemente. L’espressione schizofrenica di quella capacità di credere che è propria dell’infanzia, che Lucia ha soffocato per tanto tempo e che torna da lei giustamente molto arrabbiata. Per impedirle di disfarsi completamente della sua parte vivente. Ad apparirle non poteva essere nessun altro: ciò che ci affascina della Madonna – al di là dell’iconografia che ci arriva dall’infanzia – penso sia l’intransigenza. Uno sguardo che ha una nettezza d’altri tempi, e che dice a un presente tutto dedito ai compromessi: tu non sei tutto. Una “Madonna” che si fa portatrice di un implacabile e scomodissimo richiamo etico ed esistenziale, l’ultimo, che Lucia fa a sé stessa e alla sua vita: «Bisogna dire la verità Lucia, la vita è corta».

Per questo amo Lucia, perché non capisce ancora completamente ciò che le sta succedendo, perché anche se non se n’è ancora accorta e non può accorgersene perché lo sta vivendo, ha accettato di vivere la sua vita finalmente e fino in fondo e con tutto quello che comporta e costa. La fatica di ridare cittadinanza dentro di noi alla complessità dei sentimenti, al mistero imprevedibile del sentire quello che non c’è».

Cinema

 

1995     Nella mischia

Cannes 1995 – Quinzaine des Réalisateurs

1996     A casa per le elezioni (doc)

1998     A domani

  1. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – in Concorso

1999     Fuori di me

  1. Torino Film Festival: in concorso

2005     La vita è breve ma la giornata è lunghissima

  1. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica – Venezia Cinema Digitale

2007     Non pensarci

Giornate degli Autori 2007

2015     La felicità è un sistema complesso

  1. Torino Film Festival – Festa Mobile

2018     Troppa grazia

              Cannes 2018 – Quinzaine des Réalisateurs

Televisione

2009     Non pensarci – La serie

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NEGATIVI

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