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Morto tra una settimana (o ti ridiamo i soldi)

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La commedia nera esaurisce nella prima parte gli spunti migliori, ma molte battute e situazioni sono divertenti solo sulla carta

Un giovane aspirante suicida, non riuscendo a farla finita, assolda un killer professionista. Ma quando la sua vita ha una svolta positiva, cerca invano di annullare il contratto…

William, un giovane scrittore che cerca invano un editore, perde il lavoro precario che lo sostiene; il suicidio gli sembra l’unica soluzione ai suoi problemi e a una vita senza senso. Ma nonostante innumerevoli tentativi, non ce la fa mai. Finché incontra, in una delle sue balorde imprese fallite, un distinto signore che gli offre i suoi servigi, con tanto di biglietto da visita: Leslie, un killer professionista prossimo alla pensione (anche perché sta peggiorando i suoi “risultati”), è quello che fa per lui. E quindi, via con un regolare contratto con tanto di preferenze per la scelta della morte (certo, nei limiti del budget a sua disposizione). William morirà in fretta, entro sette giorni, per giunta passando da eroe. Ma improvvisamente la sua vita ha una svolta: un editore si interessa alle sue storie, il suo libro – per aspiranti suicidi… – uscirà e per giunta una ragazza che lavora per la casa editrice è carina e ricambia il suo interesse (hanno in comune l’essere entrambi orfani). Insomma, cambia idea e cerca di fermare Leslie: peccato che il killer, estremamente nel suo lavoro, non voglia sentire ragioni…

Classica commedia britannica nera, diretta dall’esordiente Tom Edmunds, che si rifà a una gloriosa tradizione (tra i titoli migliori, Sangue blu del 1949 con Alec Guinness impegnato in otto ruoli), Morto tra una settimana (o ti ridiamo i soldi) attinge anche alla contemporanea moda dell’umorismo scorretto e del cinismo allegro. Lo spunto non è originalissimo, già altre volte il cinema ha raccontato storie simili (l’esempio migliore è Ho affittato un killer di Aki Kaurismaki con Jean-Pierre Léaud): qui si punta sull’interazione tra il candore del giovane Aneurin Barnard e la sagacia di un attore di classe come Tom Wilkinson, sulla bellezza e presenza di spirito della ragazza interpretata da Freya Mavor, o sui duetti tra i due coniugi (Wilkinson e Marion Bailey, attrice molto divertente nonché moglie del regista Mike Leigh).

La commedia nera esaurisce nella prima parte gli spunti migliori, ma molte battute e situazioni sono divertenti solo sulla carta (la cooperativa del sindacato assassini). Ovviamente chi non ama l’umorismo macabro se ne tenga alla larga (a un certo punto il perfetto killer inizia a infilare una serie di errori via l’altro, uccidendo persone sbagliate). Peraltro la seconda parte, con il capo del killer (il solitamente bravo Christopher Ecclestone, qui un po’ troppo sopra le righe) e i nuovi assassini dell’Est che dovrebbero togliere il lavoro a Leslie smorza il ritmo e il divertimento anche per i meglio intenzionati (pur aumentando il livello di cinismo, con battute su tutto e tutti, fra cui sul buon Michael J. Fox…). Tutto diventa un po’ contorto, le divagazioni allungano il brodo (pur di un film tutt’altro che lungo). E il finale – staremo invecchiando? – ci lascia anche l’amaro in bocca e toglie quel poco di divertimento che il film aveva seminato inizialmente. Va bene scherzare su tutto, ma l’epilogo difficilmente garantirà un buon ricordo a un film più promettente che apprezzabile, per quanto ben realizzato e ottimamente interpretato dagli attori principali.

Antonio Autieri

EXTRA

Clip “Faccia attenzione”

Lo sceneggiatore/regista Tom Edmunds stava ragionando su un’idea, quella di un killer professionista che uccide solo persone che vogliono morire. «L’idea di una ‘clinica dell’eutanasia’ gestita da un killer, mi faceva ridere. Si trattava di un personaggio divertente, però stavo avendo difficoltà a creare la sua storia», spiega Tom. «Poi Nick ha suggerito di inserire un altro personaggio, qualcuno che stesse cercando disperatamente di uccidersi senza riuscire mai a farlo nel modo giusto, e quindi decide di affidare il compito a qualcun altro. Abbiamo capito che queste due idee si combinavano perfettamente, perché i due personaggi cercano la stessa cosa, ma da due differenti prospettive».

Però, scrivere una commedia in cui il personaggio principale è un suicida, si è rivelata una sfida più grande del previsto. «Ne abbiamo parlato moltissimo nella fase iniziale”, dice il produttore Nick Clark Windo. «Ci siamo trovati d’accordo nel pensare che, nonostante il personaggio principale si trovi in una fase molto oscura, in realtà stavamo raccontando una storia sul potere affermativo della vita e sulla capacità di trovare delle ragioni per viverla appieno». «Il tema del suicidio doveva essere trattato in modo responsabile ed empatico», continua Tom. «Ho letto moltissima filosofia esistenziale, la stessa che avrebbe letto William – Heiddeger, Sartre and Camus – così come ricerche e casi di studio sul suicidio. Non volevo attribuire la condizione di William a un singolo fattore, principalmente perché sentivo sarebbe stato troppo semplicistico, ma anche perché non sarebbe neanche stato davvero accurato. William ha un senso di alienazione e gli manca uno scopo preciso. Delle caratteristiche difficili da rappresentare sullo schermo, così abbiamo lavorato per dare a William una direzione, nonostante fondamentalmente sia perso; penso si tratti di sentimenti molto comuni nella società odierna».

 

 

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