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A Private War

Il film diretto da Matthew Heineman riesce a farci capire il senso di una vita complessa e a tratti contraddittoria, ma realmente mossa dal desiderio di servire la verità

Vita e morte di Marie Colvin, giornalista americana dell’inglese Sunday Times specializzata nel coprire i conflitti più sanguinosi (anche se spesso dimenticati) del mondo

Marie Colvin non è una donna facile da amare. È coraggiosa, ma non ha pazienza, è incosciente, beve, è impulsiva e orgogliosa. Ma ha un talento unico e soprattutto il coraggio per portarlo in giro per il mondo, sotto le bombe e in mezzo ai proiettili, senza riguardo per i potenti. La sua bravura (che è un’urgenza prima di tutto personale di andare sul posto per “vedere” e raccontare, anche a costo di portare nell’anima ferite inguaribili) le conquista non solo l’interesse dei lettori, ma anche l’attenzione dei potenti (come Gheddafi) che la scelgono per dare al mondo il loro punto di vista. Incapace di “lasciare andare” un mestiere che è anche una vocazione, ma la segna profondamente dal punto di vista psicologico, Marie affronta una profonda crisi per una sindrome post traumatica, beve troppo e fatica a mantenere legami con gli altri.

A Private War ritrae (grazie all’interpretazione appassionata di Rosamund Pike), senza nasconderne le debolezze e i difetti e perfino le occasionali crudeltà, una donna che forse vorrebbe essere madre (ma ha avuto due aborti naturali) ma che però non sembra disposta a rinunciare alla vita che si è scelta né per un compagno né per un figlio. Le sue scelte, forse anche per una certa ripetitività nel mostrare le varie “campagne” in cui la protagonista si impegna anche dopo l’attacco in terra Tamil che le fa perdere un occhio, non sono facili da accettare per un pubblico che pure subisce il fascino ruvido di questa combattente delle notizia.

L’istinto farebbe dire che certi rischi sono azzardati, che qualche volta bisognerebbe rinunciare, specie quando i giornalisti sono presi di mira. Eppure lo sguardo del pubblico è un po’ anche quello del fotografo Paul Conroy che Marie recluta in una delle sue missioni in Iraq e che da allora diventa il suo costante compagno di viaggio. Un ex militare (molto ben ritratto da Jamie Dornan) che non nasconde il peso di ciò che ha visto e cerca di convincere Marie a fare i conti con i suoi demoni. Guerra dopo guerra, premio dopo premio, nonostante una nuova storia d’amore, Marie sembra però consumarsi in una missione che appare quasi votata all’autodistruzione.

Allo spettatore, consapevole fin dall’inizio del destino della giornalista, verrebbe da dire “fermati”: senonché quando la vediamo in Siria, decisa a non abbandonare chi è stato dimenticato dal resto del mondo, il film diretto da Matthew Heineman (regista finora di documentari, per il cinema e per la tv) riesce finalmente a fare un salto e farci capire un po’ di più il senso di una vita complessa e a tratti contraddittoria, ma realmente mossa dal desiderio di servire la verità e, in questo, cercare di cambiare le cose.

È davvero “privata” la guerra di Marie, perché è una guerra anche con se stessa. E pur nell’imperfezione di un film non sempre risolto, A Private War ha il merito di ricordare il valore di chi rischia la vita non tanto per uno scoop o per la fama, ma per aprire gli occhi a noi che, sepolti dalla valanga delle notizie, rischiamo di perdere la capacità di condividere le sofferenze altrui.

Luisa Cotta Ramosino

EXTRA

Clip “Vedo queste cose perché voi non dobbiate farlo”

Matthew Heineman:

«Sembra che viviamo nell’era della post-verità, in cui i fatti vengono spesso scambiati per palesi menzogne, perché i dittatori, i terroristi e i politici utilizzano la propaganda per ottenere guadagni personali. Il risultato devastante è che le persone spesso non sanno a chi o cosa credere. I fatti sembrano essere malleabili. Il giornalismo è sotto attacco e sempre più polarizzato da “notizie” inventate che si mascherano da vero giornalismo.

Profondamente preoccupato dalle minacce che ciò pone alla società, sono stato ispirato per fare A Private War dalla leggendaria corrispondente di guerra Marie Colvin. Una delle più famose giornaliste del nostro tempo, Colvin era uno spirito assolutamente senza paura e ribelle, pronta a correre enormi rischi per ottenere una storia. Era costantemente sotto attacco, ma ciò che la distingueva davvero, più di ogni altra cosa, era il suo profondo desiderio di mostrare la vera sofferenza umana causata dalla guerra. La sua missione, con le sue stesse parole, era di “alzare la testa contro il potere”. Voleva che il mondo si preoccupasse di quelle atrocità indicibili – che sono così spesso tenute a debita distanza tanto  quanto lei.

Ma, nel farlo, è stata profondamente colpita dagli orrori che ha documentato, e  ha cominciato lentamente a perdere il controllo sulla sua vita privata. Alcuni dicono che i reporter di guerra diventano dipendenti dalla guerra – e lei non ha fatto eccezione. Era una droga a cui non poteva sfuggire. La guerra, paradossalmente, era spesso il suo rifugio.

A Private War è il mio primo film narrativo. Fino ad ora ho realizzato documentari su una varietà di argomenti, che vanno da un gruppo di vigilanti che combattono contro i cartelli della droga messicani a giornalisti/cittadini che documentano gli orrori dell’ISIS nella loro città natale in Siria. In misura molto minore rispetto alla Colvin, ho sentito la stessa bizzarra emozione causata dai reportage di guerra, e i pensieri oscuri persistenti che li accompagnano. Per me, A Private War è una lettera d’amore al giornalismo e un omaggio alla Colvin, che ha rischiato di continuo la sua vita lottando per raccontare verità difficili e sperando che il mondo se ne preoccupasse».

L’attrice inglese spiega come si è avvicinata al ruolo di Marie Colvin: «Ho dovuto convincere Heineman e il produttore John Lesher. Non assomiglio molto a Marie. Sono più giovane di lei, non sono americana. C’erano molte cose che mi remavano contro. Ma lo volevo davvero fare. È entrata nella mia anima in qualche modo, quando ho letto per la prima volta di lei in un articolo. Non so perché. Non ho la sua stessa passione. Non ho il suo coraggio. Ma so cosa vuol dire avere una vocazione che ti porta fuori dalla vita reale».
Pike descrive la Colvin come «una donna veramente straordinaria ma con cui ci si riesce a immedesimare; una donna che è brillante, impavida, coraggiosa, ma che ha gli stessi difetti di chiunque altro».
Come Heineman, anche lei non aveva voglia di creare un’agiografia, ma piuttosto di ritrarre una donna «che aveva un tale ardore nella ricerca delle storie che le faceva superare ogni trepidazione, ma che era anche ossessionata da ciò che aveva visto, perché la mente umana non è fatta per affrontare una ripetuta esposizione ai traumi».

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