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Cosa fai a Capodanno?

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Un profluvio di battute che non fanno ridere mai travolgono tutto, compreso i pochi spunti di dialogo meno banali

Un gruppo di sconosciuti si trovano in una baita di montagna per un’orgia organizzata on line. Ma niente andrà come previsto

In una località di montagna, si ritrovano per la notte di Capodanno un gruppo di scambisti. In realtà, i padroni di casa della casa isolata in cui si sono dati appuntamento on line, senza conoscersi, non sono quelli che hanno organizzato la serata, ma due ladri arrivati per svaligiarla e che hanno legato, imbavagliato e nascosto i veri padroni. Quanto agli altri, una coppia di coniugi è bloccata da un incidente, e le altre sono male assortite: un politico razzista sulla sedia a rotelle (ridotto a fare il guardone) e la sua giovane fidanzata; una donna matura con un ragazzino (che si scoprirà essere suo figlio), che sono lì per un altro segreto motivo. Perfino i due addetti al catering, con furgone attrezzato con congelatori per servire aragoste e champagne ai ricchi ospiti del convivio), si perdono nella neve…

La palma del più inutile e, forse, del più brutto film italiano dell’anno se la conquista Cosa fai a Capodanno?, irritante come pochi altri, narrativamente poco sostenibile (non succede quasi nulla): tanto da far rimpiangere le commedie natalizie di una volta, becere ma con un senso del ritmo e anche del pubblico cui rivolgersi. Che qui non c’è: tra iniziale trasgressione presunta (alla “vorrei ma non posso”), volgarità gratuite (la coppia in auto in mezzo alla neve, gli aggeggi erotici) troppi momenti morti, strizzatine d’occhio (i riferimenti al Grande Fratello tv, cui hanno partecipato anni fa Ilenia Pastorelli e Luca Argentero prima di approdare al cinema), e soprattutto un profluvio di battute che non fanno ridere mai (nemmeno con retrogusto amaro) travolgono tutto, compreso i pochi spunti di dialogo meno banali e interpreti costretti a recitare personaggi piatti. Tutti insopportabili, come lo sono certe situazioni sopra le righe (troppe, tra cui una anche blasfema). E il finale che vira al tragico, al drammatico e al patetico (con evoluzione pochissimo credibile dei rapporti tra Haber e la Puccini), prima di un innocuo sberleffo finale, non migliora le cose. Anzi.

Lo sceneggiatore Filippo Bologna, qui anche debuttante alla regia, si ispira a modelli impegnativi, Quentin Tarantino su tutti tra frasi bibliche di Ezechiele (quella che citava il killer in Pulp Fiction) tenute nel portafoglio e ritrovo tra sconosciuti in un casolare nel nulla che fa tanto Hateful Eight. Qualcuno cita anche lo sfortunato L’ultimo Capodanno di Marco Risi: non certo un gran film, tutt’altro, ma che partiva da premesse più solide e sensate. Qui tutto naufraga, nonostante colpi di scena in serie soprattutto nel finale.

Spiace per gli attori, singolarmente validi: un tale spreco di grandi nomi e talenti (Isabella Ferrari, Alessandro Haber, Ilenia Pastorelli, e soprattutto una Vittoria Puccini che ce la mette tutta per dare spessore umano al suo personaggio e ogni tanto sembra riuscirci, ma il personaggio è mal scritto come gli altri) era difficile da sprecare in questo modo. Per Bologna, che era nel gruppo degli sceneggiatori di Perfetti sconosciuti ma anche del buon film Quanto basta, non un bell’esordio alla regia. Mai dire mai, ma forse è meglio che si faccia le ossa ancora lavorando alla scrittura per altri registi.

Luigi De Giorgio

EXTRA

Scrive Filippo Bologna: «Approdare alla regia dalla sceneggiatura è sempre stata la via più naturale (infinita la lista di registi che hanno seguito questo percorso). Naturale sì, ma non preventivata per chi, come me, è arrivato alla sceneggiatura dalla scrittura, una sorta di pacifica e ininterrotta invasione di campo che mi ha portato dal romanzo alla regia, senza la nitida sensazione di aver mai cambiato mestiere. Così, con nemmeno un cortometraggio alle spalle, mi sono ritrovato su un set, a dirigere una commedia corale con unità di luogo, di tempo e di azione. Se nella stesura del copione avevo giocato con i generi, cercando di ibridare la commedia all’italiana (quella più deforme alla Ferreri, o feroce alla Monicelli) con il western tarantiniano e la black comedy alla Cohen, adesso tutto ciò doveva trovare una coerenza figurativa, un’armonia di messa in scena. Dopo una ricerca su film del passato e del presente che potevano fornire delle valide referenze visive per il film, con il DOP Maurizio Calvesi, abbiamo deciso di lavorare sul flusso narrativo del film, aumentando progressivamente la luce all’arrivo di ogni coppia nello chalet, per raggiungere il massimo di luminosità all’interno degli ambienti al culmine della coralità. Toni e colori (ciascuna stanza con una sua dominante) erano stati decisi di comune accordo con i reparti di scenografia (Giada Calabria) e costumi (Catia Dottori), che hanno collaborato per raggiungere un risultato che restituisse un sapore e una patina vintage al teatro in cui si sarebbe consumato il dramma dei personaggi».

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