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Il presidente

Santiago Mitre vuole penetrare all’interno dell’animo umano nella sua declinazione politica, concedendo alle categorie del bene e del male qualche machiavellica sfumatura

Un capo di stato è chiamato a prendere parte ad un summit di rilievo internazionale, mentre la figlia mostra drammatici segni di squilibrio psichico.

Dopo una prima fase di governo cauto e un atteggiamento apparentemente poco carismatico sul fronte della politica interna, il neoeletto presidente della repubblica argentina Hernan Blanco si trova davanti la prima vera prova di confronto internazionale: convocato sulle montagne andine per un summit cruciale per le sorti economiche e politiche di tutto il Sud America, il presidente dovrà mettere in gioco il proprio carisma politico mantenendo o ribaltando gli equilibri fino a quel momento creatisi con gli altri paesi. Ma alla vigilia della partenza Blanco si ritrova a dover fronteggiare anche una crisi sul piano personale che minaccia di coinvolgere il suo governo in uno scandalo, affossandone definitivamente la credibilità.

Gli alti ranghi della politica internazionale si muovono sempre su equilibri fragilissimi e su dinamiche che il cinema ha più volte amato tracciare in bianco e nero, spesso trascurando quelle sfumature di ambiguità che contraddistinguono i personaggi sui palcoscenici del mondo. Con la sua terza prova da regista, Santiago Mitre vuole piuttosto penetrare all’interno dell’animo umano nella sua declinazione politica, concedendo alle categorie del bene e del male qualche machiavellica sfumatura; Il Presidente si regge innanzitutto sull’incredibile versatilità del bravissimo Ricardo Darín (Il segreto dei suoi occhi, Cosa piove dal cielo?), qui nei panni di un protagonista dal volto contemporaneamente comprensivo e luciferino: la doppia faccia di Darín è anche la doppia faccia del film, che cammina su due binari narrativi sapientemente gestiti da una sceneggiatura solida e ben sviluppata. Le atmosfere da thriller politico brillano per la capacità del regista di essere assolutamente chiaro nell’esposizione dei contenuti (le questioni energetiche e diplomatiche tra paesi concorrenti non sono solitamente argomenti di conversazione quotidiana), eppure volutamente oscuro negli intenti dei personaggi con una spessa maschera di falsità e doppiogiochismo: lo stesso Blanco, salito al potere con una furba campagna costruita sulla sua provenienza popolare e sullo slogan dell’“uomo comune”, fa le sue mosse e orienta le strategie in una veste camaleontica e molto meno ingenua di quanto i suoi avversari politici si aspettassero. Dall’altra parte però, questo stesso uomo è chiamato a confrontarsi con una figlia divorziata e problematica, che mostra evidenti segni di squilibrio e che fa inevitabilmente breccia nella corazza di pietra costruita intorno al personaggio principale; su questo secondo binario narrativo si smuovono tematiche che spaziano dalla psicologia alla filosofia, chiamando in causa componenti inconsce e rimosse che ben presto vediamo sconfinare, anche se solo metaforicamente, nel piano pubblico.

I ritmi thriller si mescolano dunque al dramma famigliare e costruiscono un’opera forse di non semplice lettura ma di evidente profondità, in cui i dialoghi sono spesso allegoria del presente ed evidentemente congegnati per richiamare l’antica idea della bella loquela, una fine ars retorica a contorno di contenuti di spessore. Nonostante un finale che non riesce del tutto a mantenere la solidità e la coerenza sostenuta durante il resto della narrazione, una materia di indubbia complessità risalta in una fattura assolutamente raffinata, donandoci uno dei migliori esempi di un cinema politico degli ultimi anni.

Maria Letizia Cilea

EXTRA

Nato a Buenos Aires nel 1957, ha iniziato a recitare giovanissimo (a 10 anni a teatro, a 11 in tv, a 12 al cinema), è uno degli attori più popolari nel suo Paese. La fama internazionale arriva all’inizio del nuovo secolo con film che girano in tutto il mondo come Nove regine (2000), Il figlio della sposa (2001), poi soprattutto Il segreto dei suoi occhi (2009) che vinse l’Oscar come miglior film straniero. Altri suoi film, Cosa piove dal cielo? (2011), che ha vinto il Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film al Festival di Roma 2011. E più di recente Storie pazzesche (2014), Truman – Un vero amico è per sempre (2015), e, dopo Il presidente (in concorso a Cannes 2017, sezione Un Certain Regard), l’imminente Tutti lo sanno (2018).

 

Santiago Mitre (Buenos Aires, 1980) è un regista ancora poco conosciuto nel nostro Paese. Il suo primo film,dopo il corto El escondite (2002), è El amor (2005). Segue nel 2011 El estudiante (2011), che finora era l’unico uscito in Italia. Dopo Los posibles (2013) e La patota (2015), nel 2017 arriva La cordillera, da noi intitolato Il presidente, con cui partecipa a Cannes nella sezione Un Certain Regard.

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