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Il cinema italiano secondo Martin Scorsese

Resoconto della splendida masterclass del regista newyorchese alla Festa del Cinema di Roma: i “nostri” film che hanno formato il grande maestro

26 ottobre

«Sono cresciuto in un quartiere popolare di New York. Avevo negli occhi Fronte del porto, quel bellissimo film di Elia Kazan, ma quando ho visto Accattone, mi sono totalmente identificato con lui». Nella lunga e indimenticabile lezione che Martin Scorsese ha tenuto durante la Festa del Cinema di Roma, si è parlato solo di cinema italiano. Perché ai nostri maestri Scorsese, ne è convinto, deve la sua carriera, le sue storie, il suo talento. E il primo spezzone di film che il regista americano ha voluto presentare a una platea formata da premi Oscar (gli scenografi Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo, il compositore Nicola Piovani, il regista Giuseppe Tornatore), attori e pubblico è stata proprio la scena finale di Accattone, film d’esordio di Pier Paolo Pasolini. «Accattone muore in mezzo ai due ladroni, proprio come Gesù, e nella scena c’è una donna che si chiama Maddalena: nella frase Ora sto bene, pronunciata da Accattone prima del suo ultimo respiro, è racchiusa la santità di un uomo. La scena tragica della morte di una persona, che diventa così più vicina a Cristo, ha ispirato molto la realizzazione de L’ultima tentazione di Cristo».
Ne doveva portare solo cinque di clip, ma Scorsese, prima della sua lezione alla 13ma edizione della Festa del cinema, settimana dopo settimana, come ha ricordato il direttore Antonio Monda, ha voluto allargare sempre di più la sua selezione fino ad arrivare a 9 registi, per 9 film. Ma di ogni autore, Scorsese non si è fermato a raccontare il singolo episodio scelto. Ha citato titoli, spunti, dettagli, aneddoti. Ha ricordato questi film come emblematici per l’immagine del cinema italiano. Come per Roberto Rossellini di cui ha portato una sequenza del suo La presa del potere di Luigi XIV (un film “didattico” che realizzò per la televisione e che fu distribuito anche al cinema) Scorsese ha citato Roma città aperta e Sciuscià e allargato la prospettiva al neorealismo italiano. Tutti, senza escludere nessuno, perché da loro ha imparato l’uso dei dettagli. «Ad esempio in Umberto D. (terzo film selezionato, n.d.r.) Vittorio De Sica racconta la società post guerra scegliendo come soggetto gli anziani che faticano a vivere. Racconta quel radicale cambio della società, che ignora e disprezza gli anziani». Dettagli, personaggi e storie.
Il suo quarto regista è Ermanno Olmi e il suo film è Il posto, film che fa della purezza del protagonista (come quasi tutti i film di Olmi, sostiene Scorsese) la sua grandezza: «Il distributore americano era così entusiasta de Il posto che ha proiettato il film gratuitamente durante il primo giorno in sala. Lo stile sottomesso e scarno di Olmi mi sono serviti poi per la realizzazione di Toro scatenato». Sceglie poi, come quinto regista, Michelangelo Antonioni con L’eclisse: «Il suo primo film che ho visto è stato L’avventura, e negli anni ho imparato a leggerlo. Il mio cinema è molto più “veloce” di quello, ma da Antonioni ho imparato come costruire l’inquadratura dei miei film». Cita poi tanti altri registi diversi tra loro: Pietro Germi e la sua commedia Divorzio all’italiana, poi Francesco Rosi e il dramma Salvatore Giuliano. «Rosi mostra i fatti che non sono sempre la verità. Vedi e tocchi la disperazione di una madre che ha perso il figlio. Una lezione per me che avevo sempre pensato che le emozioni andavano nascoste».
E per concludere la sua selezione («non ho scelto Paolo e Vittorio Taviani perché tra due giorni presenterò con Paolo il film San Michele aveva un gallo»), porta due registi che hanno fatto dello stile e della narrazione la loro essenza cinematografica come Luchino Visconti e Federico Fellini, citando due temi: la fine dell’innocenza e il sorriso. «Ne Il Gattopardo c’è la fine dell’età dell’innocenza e le scene sono ricche e opulente, al contrario di quelle scarnificate di Antonioni. Mentre nel finale de Le notti di Cabiria, Fellini ci introduce in una vera e propria rinascita spirituale della protagonista, che passa dal desiderio della morte al sorriso spontaneo di una vita che ricomincia». E prima di ricevere il premio alla Carriera dalle mani di Paolo Taviani, Scorsese racconta un particolare sconosciuto: un documentario a quattro mani con Fellini per Universal. «Era tutto pronto, ma Federico ci ha lasciato prima che potessimo incominciare».

Emanuela Genovese

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