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Anteprima, Beautiful Boy alla Festa di Roma

Il regista di Alabama Monroe dirige Timothée Chalamet e Steve Carell in un dramma convincente, presentato alla Festa del Cinema di Roma

26 ottobre 2018

Beautiful Boy, Awful Life. Nel titolo che sembra uguale a tanti altri, si nasconde una grande forza. Non tanto registica anche se lo dirige Felix Van Groeningen (il belga che ottenne con Alabama Monroe – Una storia d’amore la nomination come miglior film straniero), né contenutistica. Ma la forza che il cinema dovrebbe avere e restituire al pubblico quando racconta una storia vera. Tratto dai libri di David Sheef, il giornalista americano che decise di raccontare la storia di suo figlio Nic e della sua dipendenza con la droga (Beautiful Boy: A Father’s Journey Through His Son’s Addiction di David Sheff e Tweak: Growing Up on Methamphetamine), Beautiful Boy è pieno di sfumature.

Non è un film solo su quanto sia devastante l’assunzione delle droghe, quanto sia oscuro e stretto quel corridoio che conduce poveri e ricchi a cercare la felicità nell’uso delle sostanze stupefacenti. Non è Trainspotting, Noi – I ragazzi dello zoo di Berlino e Requiem for a Dream, film diretti da grandi registi come Danny Boyle, Uli Elden e Darren Arofnosky. Ma è un film sulla paternità e sulla filiazione. Poche volte il regista decide di mettere in mostra l’uso delle sostanze stupefacenti (come metanfetamina e eroina, di cui Sheef fa uso abbondante) ma è la storia della relazione di un figlio (il bravo Timothée Chalamet che si è imposto per Chiamami con il tuo nome) e di un padre (l’ottimo Steve Carrell, un tempo comico di successo che da anni ha svelato profonde doti da grande interprete drammatico). Del desiderio, della paura e della fuga di essere salvati dal proprio inferno. Della voglia di evadere per la paura di non essere nessuno. Della voglia di euforia per la paura di non sapere stare al mondo. Del salvare, del redimere e dell’impossibilità a cambiare la vita delle persone che si amano.

Se Beautiful Boy ha una pecca è, a volte, nella percezione e nella perfezione del contesto. Sono tutti a volte troppo belli, troppo glamour, troppo inappuntabili. Casa, vestiti, discorsi, posti, persone. E l’occhio si focalizza su quello, portando l’emozione più distante dalla sofferenza. Ma solo in alcune scelte narrative. Mentre nel pathos relazionale, nei gesti che manifestano la distanza che si crea tra i personaggi, in quell’amore che è davvero più forte della morte, c’è il vero Beautiful Boy che sfugge la retorica da redenzione e che promette, per la grande prova attoriale, nomination e premi.

Emanuela Genovese

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