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Euforia

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Il duetto tra i due attori è la cosa migliore del film, meno l’intelaiatura della storia

Due fratelli, molto diversi tra loro, si trovano a passare tempo insieme, tra nuove scoperte e vecchi rancori

Matteo è giovane, spregiudicato, vive a Roma dove ha successo come imprenditore e nelle relazioni professionali e personale, vive tutto a massima velocità: gay che vive senza complessi la sua condizione, passa compulsivamente tra un’esperienza e l’altra senza provare sentimenti per nessuno dei suoi occasionali compagni (a parte l’amicizia con un ragazzo segretamente innamorato di lui). Un narcisista felice e brillante, tra droghe, soldi, ossessione per il proprio corpo. Suo fratello Ettore è quanto di più distante da lui: più anziano, fiaccato da un matrimonio ormai in crisi (con un figlio che ama ma con cui parla poco) e da una nuova storia d’amore dolorosamente interrotta, con preoccupazioni per malesseri fisici di cui non capisce l’origine, un uomo dal carattere chiuso e diffidente, che fa l’insegnante e che vive da sempre nella cittadina di provincia dove sono cresciuti. Grazie a un luminare della medicina suo amico, Matteo scopre la verità: il fratello ha un melanoma al cervello, e la situazione è molto complicata. Decide però di non dirgli nulla, e così chiede di fare alla ex moglie. Ma se lo prende in casa nel suo grande attico a Roma, per seguirlo in visite mediche e terapie e riuscendo a passare tanto tempo con lui. Una convivenza che sembra avvicinarli, ma farà riesplodere tensioni, nonostante le buone intenzioni di Matteo, che cerca di riavvicinarlo al suo nuovo amore Elena facendoli incontrare nuovamente. Ma che prospettive ci sono per Ettore, e per il loro rapporto?
Valeria Golino, ottima attrice, si cimenta per la seconda volta con la regia. E sceglie sempre temi non facili: se in Miele c’era in primo piano l’eutanasia, in Euforia – presentato a Cannes 2018, in concorso nella sezione Un Certain Regard ci sono la malattia e le tensioni nei rapporti familiari. Sceglie due ottimi interpreti come Riccardo Scamarcio (suo ex compagno), che si cala con adesione totale nel personaggio di Matteo per molti aspetti sgradevole e irritante (ma anche pieno di slanci per un fratello che sembra respingerlo e non sopportarlo, anche con qualche ragione), e Valerio Mastandrea sempre più bravo film dopo film per il ruolo di Ettore, credibilissimo fin dalle movenze e dai silenzi inquieti. Meno definiti e convincenti altri personaggi (la madre Marzia Ubaldi, la moglie Isabella Ferrari, l’amante Jasmine Trinca, i vari amici tra cui Andrea Germani e Valentina Cervi), con il probabile intento di mettere decisamente in primo piano la coppia di fratelli.
Se il duetto tra i due attori è la cosa migliore del film, lo è meno l’intelaiatura di una storia – soggetto e sceneggiatura sono stati scritti insieme a Francesca Marciano e Valia Santella, con la collaborazione di Walter Siti – che si prende troppe divagazioni, dettagli superflui e cadute di stile sorprendenti. Per esempio, che Matteo sia un personaggio senza freni si era capito anche senza vederlo rimorchiare un uomo nell’albergo di Medjugorje dove vanno in uno strampalato pellegrinaggio senza fede (episodio anche mal “montato” rispetto a quanto avviene prima o dopo); oltre tutto svegliando il fratello malato e “cacciandolo” sul balcone, con sprezzo della credibilità (dopo mille attenzioni per la sua salute compromessa) e a rischio di scivolare nel grottesco. Come pure lo sono certi siparietti da commedia minore, sempre con le iniziative in campo sessuale o i vari eccessi e stranezze di Matteo (le droghe, le protesi che si fa fare ai polpacci…), senza contare la sua variopinta compagnia di amici che Ettore detesta. Una serie di scene che smorzano la forza drammatica del film. Che pure avrebbe tocchi di sensibilità, nel rapporto tra i due fratelli che non riescono a capirsi e ad accettarsi, e una buona consapevolezza di stile. Mentre era intrigante, fin dal titolo, indagare l’euforia che può prendere in un momento doloroso della vita in reazione al pericolo che si sta correndo. Ma rimangono impressi più singoli dettagli – fra cui un bel finale emozionante – che il quadro complessivo, non del tutto riuscito nonostante un talento anche da regista che Valeria Golino sta dimostrando.

Antonio Autieri

EXTRA

La clip: “Ettore e Matteo”

«L’euforia – spiega Valeria Golino – è quella sensazione bella e pericolosa che coglie i subacquei a grandi profondità: sentirsi pienamente felici e totalmente liberi. È la sensazione a cui deve seguire l’immediata decisione della risalita prima che sia troppo tardi, prima di perdersi per sempre in profondità».

Ancora Valeria Golino, al suo secondo film da regista dopo Miele: «Ispirandomi a fatti accaduti a persone a me care, mi sono avvicinata, insieme alle sceneggiatrici Francesca Marciano, Valia Santella e con la collaborazione di Walter Siti, a questa storia come ad un oggetto fragile e prezioso, nel tentativo di tratteggiare, insieme ai protagonisti, anche la nostra contemporaneità. Un presente che sembra negare, rimuovere costantemente la transitorietà e irrazionalità proprie della condizione umana, spingendoci illusoriamente a credere di avere il controllo assoluto sulle nostre vite, sui nostri corpi, di poter vincere il tempo, fuggire il dolore.

La malattia è, invece, proprio il luogo della fragilità, della caducità, ci mette di fronte ai limiti della nostra esperienza umana ma anche a quanto di più profondo e prezioso essa custodisce. E in questo senso porta i protagonisti a fare i conti con le proprie ipocrisie e a riconoscersi. Ettore e Matteo scelgono di non rimandare più il momento della consapevolezza, scelgono di tornare in superficie».

Parlano Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea

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