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Up & Down: un film normale, divertente, emozionante

Intervista a Paolo Ruffini, regista del documentario in uscita il 25 ottobre

24 ottobre 2018

L’idea di Up & Down – Un film normale (leggi qui la nostra recensione), in uscita nei cinema il 25 ottobre dopo il passaggio alla Festa del Cinema di Roma (sezione Alice nelle città), parte dallo spettacolo teatrale ideato e diretto da Lamberto Giannini e dal viaggio in giro per l’Italia e che dura tuttora. Soprattutto, dai rapporti che si sono creati nel tempo, tra Paolo Ruffini e i “ragazzi” con la sindrome di Down della compagnia teatrale Mayor Von Frinzius: Erika, Simone, Andrea, Federico, David, Giacomo… Un film realizzato mescolando materiali di varia natura, dal backstage a brevi video registrati con il cellulare, da spezzoni dello spettacolo a interviste ai protagonisti e ai loro familiari (le madri, soprattutto). Interviste divertenti e commoventi, come tutto il film.
«Al fondo – spiega Ruffini – c’è il concetto di normalità: chi è davvero normale? Trovo che sia un tema urgente: oggi si parla di “social” ma non di sociale, e abbiamo qualche problema con la realtà mentre ci perdiamo dietro ai reality: incredibile che queste due parole abbiano la stessa radice…». Il comico toscano si mette in gioco in tutto ciò: non solo avendo prodotto, diretto – insieme a Francesco Pacini – e ora portando in giro sia lo spettacolo che il film; ma non facendo sconti nemmeno a se stesso. «Mi sono accorto di quanto io sia preso da tante cose, per esempio i cellulari e i social network, e che così spesso mi perdo qualcosa. Con questi amici, mi sono sorpreso ad ammirare la meraviglia di un cielo pieno di nuvole, a riscoprire la gioia di fare una corsa su un prato». Ruffini, che dice queste cose con candore e senza alcun filo di retorica, si è mosso per curiosità, innanzi tutto cercando di capire l’approccio teatrale e pedagogico di Lamberto Giannini («a volte quasi spietato: impone una grande disciplina che non ho trovato in altre esperienze teatrali»), ma apportando anche la sua simpatia ed energia.
«Questo film non ha sponsorizzazioni di enti o altro: sull’onda dello spettacolo, ho voluto produrre il film come è una mia impresa folle ma libera. Per puro egoismo, perché stare con loro mi dà molto; e si impara che ci sono tante persone davvero disabili, nel senso che non sono abili alla bellezza o alla felicità. Alla fine siamo tutti diversamente abili, diversamente normali e meravigliosamente diversi». Ci si può credere dunque normali, ed essere disabili alla felicità; mentre chi riteniamo Down invece ha la “sindrome” di Up…
Ma Up & Down non è né uno spettacolo né un film triste o serioso: «Farlo capire è la prima sfida. Mi interessa portare a teatro uno spettacolo di spessore, ma con un taglio oserei dire “commerciale”: non mi interessa andare nei teatri off o solo nei cinema d’essai; cerchiamo sempre teatri da musical – perché nello spettacolo si canta – e andiamo in cerca di qualsiasi cinema, dove ci vorranno, ma non disdegniamo affatto i multiplex dove passano i film della Marvel. Perché lo spettacolo e il film sono molto divertenti ed emozionanti: non volevamo realizzare una cosa patetica».
Cosa ti ha dato l’incontro con Andrea, Giacomo, Erika e gli altri?
«Con questi ragazzi ho riscoperto la fiducia. Loro si fidano: se li prendi per mano, ti vengono dietro. Siamo noi, sono io che se uno fa così con me mi blocco, sono diffidente, mi chiedo che interesse ha… Ma in un mondo normale, hanno ragione loro: è umano provare fiducia nell’altro. Da loro imparo poi il senso della meraviglia, cui in genere poniamo sempre molti ostacoli. E un invidiabile senso di libertà: in questo sono davvero normali, semplici, vogliono dire o fare una cosa e la fanno. Senza idealizzarli: nel loro essere sinceri, mettono in mostra se stessi per come sono, egocentrici, narcisisti, a volte perfidi. Come tutti. Perciò si evita il rischio della strumentalizzazione: non li mettiamo in scena, si mettono in scena».
Cosa pensi quando gli altri si stupiscono che un comico come te realizza film come questo (e prima ancora Resilienza, documentario sulla malattia di un adolescente)?
«Per Resilienza fu strano, molti pensarono che l’avesse diretto il mio omonimo ex direttore di Rai 3 e Tv2000… Si pensa che se uno reciti stupidaggini sia stupido, e non possa fare altro. Intendiamoci: io sono orgoglioso delle commedie che ho diretto o interpretato, degli show o di Colorado, ci metto tutto il mio impegno. Ma sono un tipo curioso, che si interroga su quello che vede e che ha voglia di lavorare su quello che gli interessa. Peraltro c’è anche un vantaggio nell’essere etichettato in un certo modo: puoi solo stupire in positivo, e non deludere… Mentre chi apprezza la mia comicità, se si fida e viene a vedere Up & Down può essere portato su derive inaspettate».
E ora, come proseguirà questa esperienza?
«Mi piacerebbe portarla avanti anche in tv. Intanto accompagno il film, lo presenterò dovunque ci chiameranno, mentre lo spettacolo prosegue il suo tour. Ma c’è un importante progetto televisivo, cui tengo parecchio e che però è ancora da costruire».

Antonio Autieri

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