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Soldado

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Sollima confeziona un puro action, molto ben girato , con senso del ritmo e dello spazio

Per affrontare i cartelli della droga messicani, che spadroneggiano sempre di più, uomini legati alla CIA organizzano il rapimento della figlia di un boss

Tra i clandestini disperati che cercano di entrare dal Messico negli Stati Uniti ci sono anche terroristi islamici infiltrati dai narcotrafficanti, che cercano di “diversificare” i loro traffici gestendo oltre ai passaggi di droga anche quelli di essere umani. Di fronte a un caos crescente, alle frontiere e all’interno con attentati, il governo americano concede ampia libertà di movimento all’agente federale Matt Graver (Josh Brolin) che assolda nuovamente il misterioso Alejandro (Benicio Del Toro), la cui fame di vendetta non si è ancora spenta nei confronti di chi ha sterminato la sua famiglia. Per sconfiggere i vari cartelli dei narcos, la cosa migliore è scatenare una guerra tra bande: e per farlo, Alejandro rapirà la figlia di un boss.

Esordio hollywoodiano per l’italiano Stefano Sollima che, se al cinema aveva diretto solo A.C.A.B e Suburra, annovera come sua esperienza più interessante, anche in chiave internazionale, la serie Gomorra che ha attirato l’attenzione su di lui. Soldado è il sequel di Sicario (infatti il titolo originale è Sicario: Day of the Soldado), film del 2015 diretto da Denis Villeneuve dove la protagonista Emily Blunt si “confrontava” con i metodi spicci di Josh Brolin e Benicio Del Toro. I due attori sono confermati nei rispettivi ruoli, ma qui si sente molto la mancanza del personaggio femminile, non solo per la bravura dell’attrice ma per lo spessore “morale” che dava al film (e la presenza della ragazzina interpretata da Isabela Moner non può certo compensare). Qui Sollima, partendo dalla sceneggiatura ancora firmata da Taylor Sheridan, confeziona un puro action, molto ben girato (e un po’ di orgoglio “patriottico” ci sia concesso, nel sapere che un regista italiano si fa apprezzare a Hollywood), con senso del ritmo e dello spazio. Con una fotografia cupa e “angosciante”, firmata dall’esperto polacco Dariusz Wolski (ma è impressionante anche il sottofondo musicale, per la colonna sonora di Hildur Guðnadóttir). E anche la direzione degli attori funziona, coerente – almeno per gran parte del film – nei personaggi di Brolin e Del Toro rispetto al precedente film, ma efficace anche in alcuni di quelli che si aggiungono (come la grande Catherine Keener).

In realtà, più che di un sequel in senso stretto, sembra una puntata di una serie con una logica di auosufficienza narrativa. Brolin è ancora l’agente spregiudicato ma anche dalle raffinate strategie, che elabora l’idea di «rapire un principe in modo che sia il re a scatenare la guerra». E Del Toro, l’ex avvocato che nel primo episodio si vendicava in modo crudele ed efferato di uno dei responsabili della distruzione della sua famiglia, anche adesso sembra più mosso da sentimenti personali che dalla missione che gli viene affidata. E certamente rimane ancora più in primo piano l’ambiguità di questa lotta al crimine condotta con metodi “sporchi” e anche la facilità con cui il governo stringe accordi con alleati ed è pronto a liquidarli senza scrupoli.

Ma al di là del confronto con Sicario, dallo stile meno adrenalinico ma non meno avvincente e più emozionante nei risvolti umani legati all’agente Kate Macer, quello che convince meno in Soldado è la parte finale, in cui la confusione narrativa diventa meno gestibile, pur con alcuni dettagli che si fanno ricordare (il dialogo con i segni, i giovanissimi criminali); mentre gli accenni al dramma dell’immigrazione clandestina sembrano poco incisivi. Soprattutto, sorgono a un certo punto enormi problema di credibilità nello snodo degli avvenimenti che riguardano Alejandro (non diciamo nulla per non svelare, ma un paio di passaggi strideranno a chi vedrà il film), ma in parte anche l’evoluzione del suo personaggio, che pure – insieme al rapporto con Graver/Brolin – è l’unica concessione a un approfondimento umano. In attesa di un terzo, pare inevitabile, capitolo in quella che potrebbe diventare una serie per il cinema (sempre che qualche piattaforma non ci metta le mani sopra), ci si può comunque accontentare per la riuscita complessiva di un’operazione interessante, e tecnicamente validissima.

Antonio Autieri

EXTRA

Clip: È stato mio padre

Nato a Roma nel 1966, figlio d’arte (il padre Sergio diresse una dozzina di film “di genere” – western, noir, d’azione – e viene ricordato in particolare per Sandokanla mitica miniserie tv degli anni 70 ), Stefano Sollima si forma come cameraman e documentarista in America, anche con reportage di guerra. A inizio anni 90 i suoi primi cortometraggi in Italia, cui seguono alcune puntate di serie tv di successo, come Un posto al sole e La squadra. Il suo primo nome diventa importante con la serie tv Romanzo criminale, che ne afferma lo stile coinvolgente e “all’americana”. Successo che lo porta al debutto in un lungometraggio per il cinema, ACAB – All Cops Are Bastards (2012), ma è ancora la serialità televisiva il suo impegno maggiore con Gomorra – La serie, di cui dirige parecchi episodi supervisionando le prime due stagioni. Nel 2015 esce il suo secondo film, Suburra. E mentre esce il suo primo film americano, Soldado, gira la trasposizione tv di ZeroZeroZero, dal romanzo di Roberto Saviano.

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