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Il Van Gogh di Schnabel

Festival
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Non del tutto convincente, ma molto “pittorico” e coraggioso il film sul grande artista interpretato da un grande Willem Dafoe. Tra gli altri film, emozionante il documentario di Patierno sulla Camorra

4 settembre 2018

Dopo decine di adattamenti e opere originali dedicategli arriva Julian Schnabel con il suo At Eternity’s Gate a parlare ancora una volta di Vincent Van Gogh. In concorso alla 75ma Mostra del Cinema, che si svolge al Lido di Venezia dal 29 agosto all’8 settembre, il film si focalizza sugli ultimi anni di vita dell’artista, tormentato da grosse difficoltà economiche e da una crisi esistenziale che lo ha portato al crollo delle sue condizioni psichiche e al ricovero presso l’ospedale psichiatrico di Saint Remy. Per parlare di un personaggio simbolo della cultura occidentale su cui tutto sembra esser stato detto, il regista lavora per ellissi e sottrazioni, contestualizzando la figura tormentata di Vincent all’interno del suo tempo quasi esclusivamente attraverso la sua arte. Sono i luoghi, i colori e i dipinti a parlare, ancor più dei personaggi, del nostro protagonista e del suo viaggio “sulle soglie dell’eternità”, come recita il titolo della pellicola, tratto dal famoso dipinto dell’artista risalente al 1890. Schnabel conosce bene la materia che sta trattando (oltre che regista è lui stesso un pittore) e vuole omaggiare l’artista imitandone lo stile pittorico: colori saturi, scene di paesaggi sconfinati e inquadrature in soggettiva sembrano volerci calare nei panni dell’ultimo Van Gogh, solo e discriminato da quella società borghese che non lo ha mai del tutto compreso. Ma se l’intenzione è buona e le interpretazioni eccellenti (un Willem Dafoe fenomenale, con Rupert Friend nei panni di Theo e Oscar Isaac in quelli di Gauguin), in più di un’occasione l’originalità delle scelte estetiche sovrasta la storia, narrata in maniera forse troppo piatta e lineare, che talvolta rende il film faticoso e quasi mai conquista il cuore dello spettatore. Tentativo parzialmente riuscito ma coraggioso, che sa dare spazio a quel percorso spirituale determinante per la vita di Van Gogh che raramente è stato affrontato con tale consapevolezza al cinema. (Maria Letizia Cilea)

“Acusada” di Gonzalo Tobal

Tra i non pochi film di lingua spagnola (anche messicani e sudamericani) in cartellone alla Mostra del Cinema, passa in concorso Acusada di Gonzalo Tobal. A essere “accusata” è Dolores, una ragazza di 21 anni che vede arrivare il processo a due anni e mezzo dall’omicidio della sua migliore amica Camila. O ex amica, avendo la ragazza, con grande leggerezza condiviso viralmente dal cellulare un video osè di Dolores. La ragazza è l’ultima persona ad aver visto viva la defunta, brutalmente uccisa in casa sua la mattina seguente a una festa molto alcolica, avendo deciso di fermarsi a dormire da lei. Chi altri può essere stato? Tutti gli indizi sono contro di lei, soprattutto è lei stessa a comportarsi in modo a volte irrazionale, per paura o nervosismo. Riuscirà un ottimo avvocato a farla assolvere? E i genitori di Dolores, che la sostengono con determinazione, credono davvero alla sua innocenza? Più che un racconto da thriller classico è ovviamente un discorso più ampio sulla verità che interessa al regista, al suo secondo lungometraggio. Dolores vive in gabbia, chiusa da due anni e mezzo: i genitori, per proteggerla, la soffocano di attenzioni cariche di “elettricità”, cercano anche l’appoggio di media che però sono famelici e pericolosi nell’utilizzare il caso (vedere il personaggio/cameo di Gael García Bernal): una strategia che rischia di essere controproducente. Soprattutto, man mano aumentano appunto i dubbi in loro, che però vengono tacitati con fermezza non senza conseguenze sui rapporti a rischio di saltare. È il lato più interessante, in un film che guarda ai tanti casi di omicidi che accendono la curiosità morbosa nell’opinione pubblica. E se alcune cadute di tono erano francamente evitabili, Tobal sa gestire bene le tensioni arrivando a un finale tesissimo, in cui la verità potrebbe non emergere nemmeno. Alla fine sfugge un po’ il senso ultimo del punto di vista dell’autore, che non sia il dubbio se amare comunque la propria figlia o meno di fronte all’ipotesi che sia un’assassina. Notevole comunque la giovane protagonista Lali Esposito. (Antonio Autieri)

Lontano dalla spettacolarizzazione di film e serie su Napoli, Francesco Patierno costruisce con Camorra, presentato a Venezia nella sezione Sconfini, un documentario emozionante che ha una precisa collocazione temporale: il dominio della Camorra a Napoli e dintorni tra gli anni 60 e gli anni 90. L’assuefazione delle classi povere, la miseria che porta a cercare nella delinquenza un salto sociale, la venerazione dei boss, la collusione tra terrorismo e camorra portano lo spettatore a fare i conti con la verità. E non (finalmente) con la finzione che riproduce parzialmente fatti, personaggi ed eventi. Il film di Patierno è un documentario costruito con materiali d’archivio delle Teche Rai, alcuni inediti. Le facce dei bambini, ricoperte da un passamontagna, il volto quasi d’angelo di Raffaele Cutolo, i cunicoli sporchi dove vivono, stanche, intere famiglie. C’è tutta la disperazione, le sofferenze e le vittorie morali, in soli 70 minuti di film, arricchito dalla delicatezza della canzoni scritte dalla cantautrice Meg. (Emanuela Genovese)

Mary Harron, regista dell’ormai cult American Psycho e della serie tv Netflix L’altra Grace, si presenta nella sezione Orizzonti con una nuova vicenda di violenza. Charlie Says porta sul grande schermo la storia di Charles Manson assumendo la prospettiva di tre giovani ragazze, Leslie, Katie e Sadie, condannate poi all’ergastolo per gli omicidi – tra cui quello di Sharon Tate, moglie di Roman Polanski – che nel 1969 sconvolsero l’America. È una storia di perdizione quella che la Harron ci propone seguendo una doppia temporalità: il presente vede le tre protagoniste, già in isolamento nel braccio di massima sicurezza, raccontare in flashback a una educatrice alcuni degli episodi centrali della loro esperienza con la figura carismatica di Charles Manson, guru e padre-padrone di una sorta di setta hippie stabilitasi nelle zone intorno a Los Angeles dal 1967, a cui le tre ragazze si erano unite in cerca di risposte alla loro crisi esistenziale. Il film riesce a dare un’immagine piuttosto esaustiva del vuoto e dell’abbandono che affliggeva i giovani americani sulle soglie del ’68; la figura di Manson, interpretato da Matt Smith in una delle sue migliori prove, ha una sorta di aura cristologica e inquietante allo stesso tempo, e diventa velocemente risposta e palliativo per le giovani adepte. Una quotidianità fatta di promiscuità sessuale, riti di iniziazione e atti di vendetta nei confronti dei “ricchi porci”, testimonia l’insinuarsi lento e inesorabile di un male quasi luciferino, travestito con la chimera dell’amore libero e dell’autodeterminazione, che riesce a deviare le menti fino a compiere l’indicibile. Ad eccezione dell’ultima parte del film, nella quale ci si compiace forse un po’ troppo della messa in mostra delle violenze più efferate, l’opera della Harron risulta convincente nel darci la misura dei rischi che si corrono quando un sincero desiderio d’amore, non educato e mal indirizzato, s’incontra con una malvagità manipolatrice e totalizzante. (let.cil.)

Dalla sezione autonoma Giornate degli Autori arriva invece Joy, ambientato in Austria dalla regista tedesca (a dispetto del nome) Sudabeh Mortezai. Joy ha forse 30 anni. Si prostituisce e sorride solo pensando ai soldi che aiuteranno i suoi che in Nigeria non possono permettersi il lusso di curarsi. Ha imparato il tedesco, vive nella fredda Vienna e quando irrompe la giovane Precious nella sua stessa rete gestita da una madame nera, non ha dubbi. Deve aiutarla. Eppure Joy, quando non pensa ai suoi, non sorride. Lavora con la stessa preoccupazione di una commessa di un supermercato. Questo piccolo film diretto da Sudabeh Mortezai, in concorso alle Giornate degli Autori, è tutto al femminile. Ci fa entrare nel mondo delle prostitute, costrette a quella vita per un futuro migliore, e gioca tra libertà, indipendenza economica, sofferenza e desiderio di emancipazione. La macchina da presa non entra quasi mai nelle macchine dei clienti e non ci mostra che sguardi, sentimenti, stati d’animo e desideri. Un piccolo grande film che fa soffrire e fa pensare. (Ema.Gen.)

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La redazione di Viva il Cinema!

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