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Dunkirk

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Lo stordimento per una situazione straniante e disperata si legge nelle facce e nei silenzi dei soldati

Nel maggio 1940 l’avanzata delle truppe naziste in Francia era inarrestabile. Gli eserciti alleati di Francia, Gran Bretagna e Belgio, costretti alla ritirata, si ammassarono sulle spiagge di Dunkerque (Dunkirk secondo la grafia inglese), sulla Manica a est di Calais. Centinaia di migliaia di uomini, sfiniti dalla resistenza a un nemico che sembrava invincibile, avevano come unica speranza l’essere caricati sulle navi e portati in salvo in Inghilterra.

Nolan, già autore di grandi film particolarissimi come Memento, Inception (dai quali mutua anche il ritmo spezzato della narrazione) e Interstellar, decide di affrontare la vicenda storica staccandosi dai cliché dei classici film di guerra, per descrivere le operazioni di recupero attraverso gli sguardi e gli scarsi dialoghi di alcuni protagonisti (e in questo si avvicina al grande respiro di Terrence Malick ne La sottile linea rossa): soldati semplici, due aviatori incaricati di proteggere le navi dai bombardieri tedeschi, un padre inglese che col figlio e un amico si mette in mare con la sua barca da diporto per aiutare i soldati, il comandante della Marina Britannica incaricato di gestire le navi. Alcuni di questi personaggi resi da grandi attori come Tom Hardy, Mark Rylance e Kenneth Branagh, ma i protagonisti sono giovani poco conosciuti – ad eccezione di Harry Styles, musicista già leader degli One Direction e ora avviato a una carriera solista – che aiutano l’immedesimazione con poveri soldati qualunque.

Lo stordimento per una situazione straniante e disperata si legge nelle facce e nei silenzi dei soldati ed è reso ancora più evidente dagli sforzi di Tommy e Gibson, due uomini di cui si ignora tutto, al di fuori della loro fuga dai nemici e dai tentativi di superare le lunghissime code di commilitoni in attesa di una nave che li porti via da quel limbo sabbioso che presto si trasforma in un inferno. Sguardi, gesti, una tacita intesa per cercare di fuggire a scapito di altri. Raccontando quel che succede sulla spiaggia, nel mare e nel cielo della Manica, in poco più di un’ora e mezza e usando più rumori (lo sciacquio delle onde, il sibilo degli Stukas durante gli attacchi, lo scoppio delle bombe, il crepitare dei fucili) e silenzi che parole, Nolan presenta gli stessi avvenimenti drammatici, ma dai diversi punti di vista dei protagonisti. E in tutti dominano gli spazi (alimentati da una fotografia cruda e dai colori lividi) del mare e del cielo, nei quali la piccolezza dell’uomo di fronte all’ignoto che incombe è ancora più impressionante.

In questa ripetizione si staglia la tragedia di uomini che possono solo accettare il loro destino, impotenti di fronte ai continui attacchi che da terra, dall’aria e dal mare falciano a centinaia le giovani vite dei soldati. Ma al tempo stesso l’incredibile solidarietà umana che spinse molti civili, proprietari di una barca sulle coste meridionali dell’Inghilterra, a dirigersi verso la Francia, incuranti dei rischi, per caricare qualche soldato e riportarlo a casa. Una determinazione (scandita anche da un famoso discorso di Winston Churchill) che il regista rende con una sorprendente ricostruzione scenica, dove la catastrofe si alterna a momenti commoventi, spesso tratteggiati anche da un inatteso senso poetico.

Beppe Musicco

EXTRA

La battaglia di Dunkerque si svolse tra il 26 maggio ed il 4 giugno 1940. Il porto della cittadina francese Dankerque venne utilizzato dagli alleati per ritirarsi, costretti dall’avanzamento delle truppe tedesche. La situazione degli alleati sembrava tragica e circa 400mila soldati erano di fatto bloccati sulla spiaggia, in quella che sembrava una trappola mortale. L’evaquazione fu resa possibile solo grazie all’intervento della Royal Air Force e di numerose imbarcazioni civili. Il consulente storico per il film, Joshua Levine, autore del libro Forgotten Voices of Dunkirk, sottolinea come l’evacuazione del 1940 fu ben più di una fetta di storia inglese. «Fu un evento basilare, che ancora oggi ha una valenza internazionale mondiale. Tutto ciò che oggi si celebra della Seconda Guerra Mondiale – in Gran Bretagna, gli Stati Uniti e in tutto il mondo – non ci sarebbe senza l’evacuazione di Dunkirk. Fu un evento di portata incredibilmente rilevante. Se l’esercito inglese fosse stato sterminato o reso prigioniero, la Gran Bretagna avrebbe dovuto arrendersi, e forse oggi vivremmo in un mondo molto diverso. Per me, Dunkirk significa la salvaguardia della libertà. Con la partenza delle imbarcazioni, al mondo viene concessa un’ultima possibilità».

Christopher Nolan è stato il primo regista ad usare macchine da presa IMAX ne Il cavaliere oscuro ed ha usato l’IMAX per tutti i suoi film successivi ma per Dunkirk ha deciso di allargare l’uso del formato panoramico, girando l’intero film alternando IMAX e 65 mm, una cosa che, sostiene, «non ho mai fatto prima. Ma Dunkirk è una storia epica e richiedeva una tela enorme. La ragione per cui abbiamo girato in IMAX è perché la qualità coinvolgente dell’immagine non ha eguali. Quando ci si siede al cinema, lo schermo sparisce e si ha una vera e propria esperienza sensoriale fisica in quanto offre panoramiche incredibili ed azioni a larga scala. Negli anni, però, abbiamo scoperto che se si usa anche per situazioni intime, crea un’immediatezza decisamente coinvolgente. E così la nostra sensazione era che se fossimo riusciti a trovare un modo nuovo per usarlo, il risultato ci avrebbe soddisfatto ben oltre le aspettative».

La ricerca di Christopher Nolan per l’autentico si è esteso anche al casting per la ricerca degli attori protagonisti e in particolare per i giovani soldati in prima fila. Come sostiene lui stesso «In ognuna delle tre linee narrative, volevo attori che avessero la stessa età dei personaggi. Volevo che il tutto fosse coerente alla loro realtà. Alcuni di loro erano propri ragazzini. Volevamo trovare visi giovani così che il pubblico potesse vedere i fatti attraverso i loro occhi».

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