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Senza farsi intimidire dal mito

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Una maschera del personaggio, che permettesse di guardare all’umanità di Jean-Luc, e allo spettatore di giudicare l’uomo

A poche settimane dall’uscita nelle sale italiane, Louis Garrel e Michel Hazanavicius hanno fatto tappa a Bologna per presentare il film Il mio Godard, commedia sul regista e maestro della Nouvelle Vague Jean-Luc Godard. Siamo di fronte a una divertentissima “non-biografia“ celebrativa del regista, che nasce dal desiderio di omaggiare l’amore per il linguaggio cinematografico che ha nutrito la sua carriera e dalla volontà di dare voce all’umanità tormentata che lo caratterizzava.
In un panel dedicato a Godard all’interno della programmazione della Cineteca di Bologna, i due artisti hanno raccontato la genesi di questa commedia atipica, che muove dallo sguardo della seconda moglie e musa di Godard, Anne Wiazemsky – scomparsa solo qualche settimana fa – e che ha tracciato le sfumature del genio e marito (anche se solo per un anno) nel romanzo Un anno cruciale, trasposto intelligentemente su schermo da Hazanavicius.
Un progetto atipico innanzitutto perché, come la stessa Wiazemsky ha osservato guardando il film in post-produzione, è riuscito a «fare di una tragedia una commedia» e perché prende le mosse da una storia d’amore che nasce, si evolve e muore intorno al ’68, con le agitazioni e i drammi che trascina con se e che hanno coinvolto nel profondo la poetica di Godard. Per questo Hazanavicius racconta di aver deciso, insieme al suo attore protagonista Louis Garrel, di non fare un biopic, ma piuttosto di creare una maschera del personaggio, che permettesse di «guardare all’umanità di Jean-Luc, e di mettere lo spettatore in una posizione libera di giudicare l’uomo senza farsi intimidire dal mito». Un mito che era nato con i grandi successi di Godard nel cinema dei primi anni 60, che avevano rivoluzionato i linguaggi filmici, e dal quale ci si aspettava innovazioni che fossero al passo con i tempi e con il fervore politico dell’epoca; perciò la narrazione parte dal flop de La Cinese nel 1967, primo film di impegno ideologico sul fronte maoista-comunista che fu completamente ignorato da pubblico e critica e che, secondo Garrel, costrinse Godard ad una rottura definitiva con il suo cinema precedente e con quel contesto borghese e perbenista dal quale si allontanerà fino ad isolarsi: «Il film è creato sull’idea di quel Godard che si è sempre messo in contrapposizione con il mondo intero, convinto che per costruire dovesse creare prima delle macerie. Ma il processo di distruzione in questo caso diventa autodistruzione». Fino a provocare una depressione raccontata con ironia e drammaticità in scene e sguardi raffinatissimi tra il regista e l’amata musa e diciannovenne Anna, interpretata da Stacy Martin.
Per Hazanavicius è innanzitutto una storia d’amore che guarda all’evoluzione del rapporto con il mondo, con il cinema e con l’interiorità del regista con un occhio che è insieme disincantato e affettuoso; per questo motivo pur negli insopportabili cambiamenti d’umore e nell’apparente insensibilità, non si può fare a meno di provare una certa empatia per il personaggio, che ad un certo punto del film si ritrova ad essere «cannibalizzato dal suo stesso mito e dall’immagine che egli stesso si è creato di lui». Evidente è il filo che lega Louis Garrel a Godard, al quale è stato iniziato dal padre sin dai dodici anni con scarso successo, e con il quale ha imparato a familiarizzare nell’età adulta, arrivando ad apprezzarlo come maestro del cinema prima, come personaggio da interpretare poi. «Jean-Luc Godard è come il sole nel cinema, nulla si sarebbe potuto fare se non fosse esistito, ma se ti avvicini troppo al suo modo o tenti di imitarlo ti bruci». Ammirevole è perciò il lavoro di immedesimazione dell’attore, che dimostra di aver studiato molto da vicino il suo personaggio e che insieme alla maestria e all’ironia di Hazanavicius è riuscito a dargli una profondità e un’umanità che fanno venir voglia di scoprire o riscoprire le opere di questo umanissimo genio, che ha rivoluzionato le regole del cinema.
Letizia Cilea

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