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“Parto sempre da quello che conosco”

Intervista a Francesco Bruni che ci racconta il suo ultimo film, Tutto quello che vuoi

7 maggio 2017

Francesco Bruni è solo al terzo film da regista, ma di esperienza cinematografica ne ha da vendere. Nato nel 1961 a Roma ma cresciuto a Livorno, nella Capitale tornò a fare cinema negli anni 90. Per il cinema, il suo primo mestiere è scrivere: lui si ritiene ancora oggi prima di tutto uno sceneggiatore per altri, e in questo campo – delicatissimo e decisivo – è tra i migliori in Italia. Ha collaborato alla sceneggiatura di tutti i film dell’amico (conosciuto da ragazzo a Livorno) Paolo Virzì, a parte La pazza gioia, ma anche dei primi film di Mimmo Calopresti (tra cui La seconda volta e La parola amore esiste), della coppia Ficarra e Picone (Il 7 e l’8, La matassa). E tanti altri. Per la tv, ha lavorato fin dalla prima serie al Commissario Montalbano.

Nel 2011 il salto alla regia con l’apprezzatissimo Scialla!, cui segue nel 2014 il meno fortunato Noi 4. Ora il suo terzo, bellissimo film: Tutto quello che vuoi, con una strepitosa coppia “anziano/giovane” formata da Giuliano Montaldo – regista dalla lunghissima carriera: citiamo, tra i tanti film, Sacco e Vanzetti e la serie tv Marco Polo – e dall’esordiente Andrea Carpenzano. Il primo interpreta un poeta di 85 anni con una forma iniziale di Alzheimer, il secondo un ragazzo senza arte né parte che si trova, contro voglia, ad assisterlo.

Questa è una storia che ha un fondo di partenza molto personale, ovvero la malattia di suo padre e la scoperta della sua amicizia giovanile con tre soldati americani durante la guerra. Ma anche i film precedenti avevano uno spunto a lei vicino, per nulla dissimulato: come mai questo approccio?

«Sì, è vero: in Scialla! attraverso i due protagonisti rivivevo il rapporto con mio figlio; mentre in Noi 4 erano confluite le dinamiche della vita nella nostra famiglia. Poi ogni volta questi apporti si mescolano ad elementi completamente inventati. Ma è molto comune, nella letteratura e nel cinema, partire da vicende personali, che si conoscono bene. E mi sembra onesto dichiararlo apertamente. A me interessa molto la famiglia, i rapporti che si creano al suo interno, come si evidenzia dalle mie tre opere. E quando scrivo un film che devo dirigere io – quando scrivo per altri è diverso – non riesco a non partire se non da vicende personali. Questo mi porta ad accumulare molto materiale e ad avere una preparazione lunga: è per questo che i miei film arrivano a distanza di qualche anno l’uno dall’altro, non potrei realizzarne uno all’anno».

In Tutto quello che vuoi, c’è sia il tema del confronto tra due persone agli antipodi – un po’ sul modello Strana coppia o anche del recente Quasi amici – ma anche quello tra generazioni, come pure in Scialla! Come mai le interessa il tema e in particolare lo sguardo sui giovani?

«Nella commedia, il confronto tra persone molto diverse è sempre foriero di situazioni efficaci e divertenti. Inoltre, il tema in effetti mi sta a cuore: presto molto orecchio al confronto generazionale, che ho visto sia da padre (i miei figli ormai sono cresciuti, uno recita anche nel film nei panni dell’amico/rivale del protagonista) sia nell’osservazione dei miei allievi di quando insegnavo al Centro Sperimentale di Cinematografia (la principale scuola di cinema in Italia, ndr), di giovani impegnati a Roma in attività culturali e cinematografiche o di quelli che frequentano il mio quartiere. Mi interessa osservarli, come persone in divenire con un potenziale enorme».

Sembra avere molta fiducia in loro, più di quanto in genere si sia disposti ad avere…

«È vero: non sopporto chi bolla i giovani come “sdraiati”, disinteressati a tutto, consumisti… Di fronte a un’opportunità molto forte, vedo che qualunque ragazzo ha la possibilità di tirar fuori il meglio di sé».

Cosa le piacerebbe che dal suo film trattenessero spettatori di età diverse, come i due protagonisti?

«Vorrei che in un giovane nascesse la curiosità di andare ad ascoltare cos’ha da insegnargli la generazione dei “nonni”; e al tempo stesso, che fosse aiutato a credere nella possibilità di cambiare il corso della propria vita, impegnandosi a fondo e senza rassegnarsi. Mi piacerebbe che uno spettatore anziano fosse incoraggiato a non catalogare i giovani secondo categorie sociologiche rigide e ingenerose, dando loro fiducia».

Giuliano Montaldo come attore è stata una vera sorpresa: vi conoscete da tanti anni, si aspettava che tirasse fuori tutto quanto ci ha regalato la sua interpretazione?

«A Giuliano sono legato da tempo da stima e affetto. Durante le riprese, a tratti anche faticose, ha avuto una disponibilità totale e grande disciplina ed entusiasmo: magari li avessero certi attori più giovani… Confidavo che dal personaggio del poeta Giorgio Ghelarducci emergesse la sua eleganza e il suo senso dell’umorismo innato, anche per alleggerire le situazioni più drammatiche del film».

A quali modelli guarda, come autore? Sente un rapporto di “filiazione” rispetto agli esponenti di stagioni importanti del nostro cinema?

«Sicuramente, guardo molto alla nostra grande commedia che ha avuto padri illustri. Quando sono arrivato a Roma, seguii le orme del mio amico Paolo Virzì che già ci viveva da alcuni anni: Paolo era “a bottega” dallo sceneggiatore Furio Scarpelli; poi, di conseguenza, ci legammo molto anche a Ettore Scola di cui Scarpelli era amico e collaboratore. Questo sul lato “paterno”. Su quello “materno”, mi legai molto a Suso Cecchi D’Amico (tra le migliori “penne” del nostro cinema, ndr): la andavo a trovare spesso, parlavamo molto, mi cimentavo nella scrittura e cercavo di assorbire il più possibile da lei. Poi oltre agli autori italiani, ci appassionammo a registi e autori stranieri come Ken Loach, Altman, Woody Allen… Ne è venuto fuori un tratto comune, a me Virzì e altri: raccontare l’Italia con una lettura critica di quanto avviene nella nostra società ma attraverso un filtro umoristico, nella chiave popolare di film pensati per un ampio pubblico».

Antonio Autieri

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